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Arrestato in Venezuela Aldo Micciché, faccendiere tra i Piromalli e Dell'Utri

foto: antimafiaduemila.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/arrestato-in-venezuela-aldo-micciche-faccendiere-tra-i-piromalli-e-dellutri/29748/

Caracas (Venezuela) - «Tesoro, bello d'Aldo tuo. Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno, che nel 2006 hanno rappresentato più del 30%». È l'8 marzo del 2008, “Aldo tuo” - al secolo Aldo Miccichè – telefona a Marcello Dell'Utri, senatore del Popolo della Libertà non iscritto nel registro degli indagati, che però è evidentemente al corrente della falsificazione del voto degli italiani in Venezuela per le elezioni politiche che si tennero in quell'anno.
Nei giorni scorsi, la polizia venezuelana ha posto fine alla carriera di faccendiere, imprenditore e truccatore di voti dell'ex dirigente reggino della Democrazia Cristiana, raggiunto da un mandato di cattura internazionale spiccato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nell'ambito dell'inchiesta “Cento anni di storia” contro la cosca dei Piromalli di Gioia Tauro, con cui Miccichè intratteneva stretti rapporti.
Nato a Maropati ed oggi imprenditore petrolifero in Venezuela – paese nel quale fuggì per evitare una condanna per bancarotta fraudolenta e dove è interessato da alcuni affari in campo finanziario con uno dei figli del senatore del Popolo della Libertà – negli anni Ottanta è stato segretario provinciale della Democrazia Cristiana a Reggio Calabria nonché giornalista e finto deputato, carica con cui si presentava pur non avendo mai varcato le porte del Parlamento da eletto.

Il suo curriculum, inoltre, lo vede interessato dall'inchiesta sulla vendita di centinaia di case prefabbricate destinate ai terremotati dell'Irpinia e ad una relativa ad un finanziamento di 800 milioni di lire chiesto ad un istituto bancario svizzero presentando falsa documentazione. Noti fin dai tempi del processo per l'omicidio di Mino Pecorelli i suoi rapporti con la Banda della Magliana.

Gli inquirenti sono arrivati all'ex democristiano seguendo le tracce di Gioacchino Arcidiaco, cugino di Antonio Piromalli e nipote del boss Giuseppe, rinchiuso al 41bis. Secondo quanto ricostruito, a Micciché era stato affidato il compito di tessere la tela di rapporti tra la 'ndrangheta e Marcello Dell'Utri per permettere così ai calabresi di entrare nella politica che conta.

«Fagli capire», spiegava il 9 aprile 2008 Miccichè ad Arcidiaco in merito a cosa avrebbe dovuto dire al senatore, «che il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi...fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi. Fagli capire che in Calabria o si muove sulla jonica o si muove sulla tirrenica o su muove al centro ha sempre bisogno di noi».
Per il disturbo, secondo quanto ricostruito dall'antimafia reggina, la 'ndrangheta avrebbe offerto 50.000 voti sulla circoscrizione degli italiani all'estero truccando le schede bianche in cambio di 200.000 euro e, naturalmente, benefici sul 41bis e la revisione di alcuni processi.

Un'operazione, questa, già sperimentata per le elezioni politiche del 2008, quando al telefono con Filippo Fani, dirigente del Popolo della Libertà e collaboratore di Barbara Contini, all'epoca capolista del partito a Napoli, Miccichè assicurava di aver fatto un bel falò con le schede degli elettori residenti in Venezuela, consigliando a Fani di riferire la notizia a Barbara Contini «in via segretissima» dato l'interessamento dei servizi segreti locali, con cui Miccichè intratteneva buoni rapporti.
I risultati elettorali rispetteranno quanto deciso telefonicamente, con il Popolo della Libertà che otterrà il 72,69% al Senato ed il 65,92% alla Camera dei Deputati. Due anni prima, la sola Forza Italia non era arrivata neanche al 30%.

Oltre al senatore pidiellino, i Piromalli avrebbero proposto le proprie istanze – sempre attraverso Micciché – anche al gruppo che fa riferimento a Clemente Mastella. Per conferme, smentite e nuovi eventuali dettagli però, gli inquirenti attendono il suo rientro in Italia, dove dovrà passare i prossimi 11 anni in carcere per associazione mafiosa.

Iblis, l'arresto di Vincenzo Santapaola e il bivio dell'"affaire Lombardo"

foto: peacelink.it
Catania – Vincenzo Santapaola, detto “Enzuccio” o “Enzu u nicu”, 43enne figlio del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, è stato arrestato ieri dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale di Catania dopo che il 28 febbraio il Tribunale del riesame aveva confermato l'ordinanza di custodia cautelare – nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria – emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura.

Durante la latitanza – Santapaola era infatti riuscito a sfuggire al blitz del 3 novembre 2010 – lo stesso Tribunale aveva annullato l'ordine di arresto, decisione che aveva portato la Procura catanese a ricorrere in Cassazione che, ribaltando la decisione del Tribunale, aveva ripristinato la validità dell'ordine di arresto, anche a seguito della decisione di un altro Tribunale del riesame, che ritenendo ancora valide le esigenze cautelari, aveva ripristinato l'ordine di arresto eseguito ieri.

L'accusa che gli viene mossa è quella di essere stato il punto di riferimento di Vincenzo Aiello, attualmente al vertice della cosca catanese ed entrato anche lui nell'operazione “Iblis”. Secondo gli inquirenti quest'ultimo avrebbe avuto accesso diretto alla segreteria politica di Angelo Lombardo, parlamentare e fratello del governatore della Regione Raffaele Lombardo.
Immediata la replica dello studio legale Strano Tagliareni, difensore di “Enzu u nicu”, che ha evidenziato come il ripristino dell'ordine di carcerazione «rappresenta l'ennesima dimostrazione di quanto risulti difficile, a volte impossibile, giudicare un uomo invece di un cognome». «Con amarezza», continuano i legali in una nota diffusa dalle agenzie, «dobbiamo constatare che non basta condurre una vita onesta e svolgere una lecita attività lavorativa, come certificato da rapporti della polizia di Stato, per ottenere di essere giudicati in base alle proprie azioni, invece che in base a pregiudizi».
Le operazioni “Orsa Maggiore” (1993, che indagava sulle vicende delle famiglie catanesi tra gli anni Settanta e Novanta)[1], “Orione 2” (agosto 1999, operazione volta a bloccare la faida in atto tra i Santapaola e i corleonesi) e l'operazione “Plutone” del 2007[2], dove Vincenzo Santapaola venne accusato di avere un ruolo di primo piano all'interno della famiglia Santapaola-Ercolano attraverso il controllo delle estorsioni insieme al fratello Francesco e ad altri, raccontano una storia diversa.