"Oltre l'Apocalisse" - Come non farsi imprigionare dalla paura del nuovo (Capodarco di Fermo 26-28 novembre 2010)

XVII Seminario di formazione per giornalisti a partire dai temi del disagio e delle marginalità.


Dal disorientamento alla consapevolezza. Nell' edizione 2010 di Redattore Sociale prosegue, da un nuovo punto di vista, il dibattito sui temi più urgenti del giornalismo.
Le cose cambiano sempre più velocemente; la carta stampata è in declino; il futuro delle nuove e affascinanti piattaforme di contenuti è ancora incerto (e la sua lettu ...ra esclusiva di pochi addetti); i "produttori" di informazione sono sempre più frammentati. Eppure, basta tutto questo per lasciarsi sopraffare da un senso di apocalisse che sembra a volte paralizzante?
La paura del nuovo è connaturata alla natura umana e allo sviluppo di tutte le professioni. Ma essa non dovrebbe condizionare solo in negativo chi ha scelto proprio il mestiere di raccontarlo, il nuovo. I giornalisti dovrebbero anche usare questa paura, adattando ai cambiamenti delle forme di trasmissione gli scopi immutabili del proprio lavoro. E non, viceversa, lasciando che diventi più importante il mezzo rispetto al messaggio.
Esperienze interessanti degli ultimi tempi testimoniano che la "rivoluzione del web" può essere benefica e che le nuove tecnologie sono anche l'opportunità per un'informazione migliore, più completa e democratica. Purché non si continui a fruirne con la passività di oggi...
In questa prospettiva, si partirà dalle paure per parlare della loro costruzione e decostruzione. Nella sessione tematica si affronteranno tre grandi aspetti della struttura stessa della nostra società, spesso rappresentati in termini ansiogeni: l'invecchiamento e la tenuta dello stato sociale, le non più "adeguate" disuguaglianze di genere, la crescente difficoltà di capire gli adolescenti. Infine, dopo un approfondimento sul lavoro dei cronisti minacciati in Calabria, si rifletterà sulle caratteristiche del giornalismo nella post modernità. Per esempio, sul venir meno dei riferimenti della "grande narrazione" (ideologie, teorie dominanti, sintesi tramandate da generazioni) a vantaggio della ricerca personalizzata. E su come, nel nuovo scenario, si evolverà una delle funzioni essenziale del giornalismo, che è quella di dare un ordine al flusso indistinto delle notizie e delle idee.



Per maggiori info:
http://www.giornalisti.redattoresociale.it/le-edizioni-di-capodarco/2010.aspx

Anche Señor Babylon sarà presente, per tentare di capire come si possa fare giornalismo in Italia a prescindere dalle "beghe di corte" della politica "politicante". Per chi c'è (e può) ci vediamo là.

Come si diventa terroristi? La storia di Omar Hammami



Come si diventa terroristi? Quali sono i processi - psicologici e sociali in particolare - che portano un giovane americano come tanti a diventare uno dei leader di Harakat al Shabaab al-Mujahideen (o, più semplicemente, Al Shabaab), cioè una delle più accreditate sigle della "galassia" quaedista?
Christof Putzel di CurrentTv ci conduce in un viaggio tra Daphne, in Alabama e Mogadiscio, Somalia, per scoprire la storia di Omar Hammani, meglio noto come Abu Mansur Al-Amriki. Ma siamo davvero di fronte a "terrorismo"? O forse quella di Omar, alla base, è solo la volontà di un giovane di non accettare i valori della comunità nella quale è nato?

Graziato Tareq Aziz. Ma potrebbe non bastare...

Baghdad (Iraq) - Partiamo da un dato di fatto, ultimo in ordine di tempo: Jalal Talabani, attuale Presidente della Repubblica parlamentare dell'Iraq si è detto assolutamente contrario – da socialista – all'uccisione tramite impiccagione dell'ex numero due del regime baathista Tareq Aziz. Per cui, almeno per quanto riguarda la giustizia irachena, l'8 di picche (questa la carta assegnata all'ex vicepresidente nel famoso mazzo durante la prima fase dell'invasione) è salvo. Magra consolazione, però: Talabani si era espresso in termini simili anche per Saddam Hussein, e tutti sappiamo come è poi andata a finire. Questo dovrebbe farci capire il vero peso politico che l'attuale governo iracheno ricopre, e quanto concetti come “autodeterminazione” e “democrazia”, mere utopie nell'attuale Iraq, siano ancorati tutt'ora ai voleri di Washington. C'è poi un'altra particolarità nella vicenda di Tareq Aziz:

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questa è l'homepage che presentava qualche giorno fa il sito dell'Ong Amnesty International, organizzazione sulla cui obiettività ed imparzialità credo si possa difficilmente sindacare. O forse no? Nella versione italiana del sito (http://www.amnesty.it/index.html) compaiono aggiornamenti e azioni urgenti sul caso di Sakineh, la donna iraniana fino a poche settimane fa presente sulle prime pagine di tutti o quasi i nostri quotidiani così come sul caso di Asia Bibi, la donna che in Pakistan rischia la pena di morte per blasfemia o notizie sui detenuti nel braccio della morte americano. Dell'ex numero due dell'Iraq, però, non si trova traccia. Né in homepage né nella cronologia degli articoli presenti, e la cosa mi suona decisamente strana. Delle due l'una: o quelli dell'organizzazione – una volta letta la notizia della grazia – si sono prodigati nel cancellare qualsiasi riferimento a Tareq Aziz oppure non se ne sono occupati minimamente, cosa che porterebbe ad un'ovvia quanto fondamentale domanda: se i diritti umani sono universali, ed il diritto alla vita è il diritto umano per antonomasia (per cui diritto universale per antonomasia...) perché la vita di una donna iraniana – prendo sempre Sakineh come esempio perché giudico la vicenda archetipo della non-universalità con cui si tutelano i diritti umani nel mondo – viene salvata anche grazie ad una campagna mediatica che ha coinvolto tutto l'Occidente, mentre per Tareq Aziz vi è quasi un vuoto pneumatico nei media? Che forse la tutela dei diritti umani sia inversamente proporzionale alla quantità di vittime che il “salvato” ha fatto od al suo – eventuale – ruolo istituzionale?

Un bilancio in rosso per Obama

Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del neoliberismo. Un passaggio tratto da "America, no we can't", il nuovo libro di Noam Chomsky in cui il padre della grammatica generativa e tra i pensatori più importanti del movimento altermondialista ci ricorda una cosa semplice ma che molto spesso ci dimentichiamo: che l'unico voto che davvero conta è quello dato nei Consigli di Amministrazione delle grandi multinazionali (come spesso dice Manu Chao...). L'articolo lo trovate anche a pag.11 dell'edizione odierna del quotidiano "Il Manifesto".

di Noam Chomsky

L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.


La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»;

Quanto costa un giudice? Più o meno un genocidio silenzioso...

Il carcere minorile di Wilkes-Barre (versione PA Child Care)
Wilkes-Barre (Contea di Luzerne, Pennsylvania) – In un vecchio pezzo – datato 1998 – il gruppo napoletano della 99 Posse si poneva un interrogativo di difficile soluzione: «Chi tutela il male quando il bene si preapara ad ammazzare?» e, aggiungo io, chi lo tutela questo bene si mette una toga addosso ed impersona la Giustizia?

Per rispondere a questa domanda andiamo a Wilkes-Barre, Pennsylvania, nel cuore degli Stati Uniti d'America, il paese che esporta democrazia nel mondo pur non avendone per il fabbisogno interno.

Nel 2008 scoppia uno scandalo – riportato alla luce in “Capitalism: a love story”, l'ultimo lavoro di Michael Moore – che viene presentato dai media con il nome di “Kid for cash”. In pratica succede questo: il signor Michael Conahan, che di professione fa il giudice, decide che il carcere minorile della Contea di Luzerne non va più bene. D'altronde, lavorando nella città con il più alto tasso di minori in carcere c'è anche da capirlo, lui un posto adeguato dove raffreddare i bollenti spiriti di imberbi delinquentelli dovrà pur averlo, no? E quando il posto che hai non ti basta più – naturalmente – devi costruire un altro carcere! Ci sarebbe anche la possibilità di rivedere la casistica dei reati, abrogando magari quelli “stupidi”, ma questo sarebbe un processo per paesi civili e democratici (che l'intero globo terrestre ancora deve conoscere...).
Ecco, appunto: la Democrazia. Espressione poetica e suggestiva, avrebbe detto il buon Giorgio Gaber. Se gli Stati Uniti fossero una Democrazia – e non una “finanziocrazia” come del resto il 99 per cento dei paesi nel mondo – tutto quello che sto per scrivere non sarebbe accaduto...

Non sarebbe accaduto, ad esempio, che il signor Robert Powell – proprietario della Pennsylvania (PA) Child Care - ottenesse un appalto per costruire un nuovo carcere minorile. Prezzo dell'edificio 8 milioni di euro, costo dell'affitto che la PA fa pagare alla Contea di Luzerne: 58 milioni di euro (e noi che ci lamentavamo di quattro peracottari nostrani...). Già semplicemente questo basterebbe per far agitare più d'uno. Ma si sa che quando gli americani si mettono in testa di combinare un disastro, o lo combinano alla perfezione o non lo combinano proprio, ed ecco che entrano in scena gli ultimi due personaggi di questa storia: uno, lo abbiamo già visto, è il giudice Michael Conahan, nato ad Hazleton, Pennsylvania, dal 1994 al 2008 giudice presso la Corte delle udienze comuni e dal gennaio 2008 presidente della corte della Contea di Luzerne.

Paco: la droga da discount

Buenos Aires (Argentina) – Viene chiamata “Paco” in Argentina, “Basuco” in Colombia, “Kete” in Perù. Una dose costa meno di un euro, ma se ne può trovare in dosi di minor quantità in vendita a 20 centesimi. Dal 2002, anno in cui ha fatto il suo ingresso nel mercato sudamericano – in particolar modo in quello argentino – ha di fatto soppiantato droghe ben più costose come la “sorella maggiore” cocaina, motivo per cui si è soliti definirla come “la droga dei poveri”. A queste cifre il volume d'affari per gli spacciatori, nella sola Argentina, si aggira intorno ai 270 milioni di euro annui.

Il paco, questo il nome più diffuso, è ottenuto dal processo di trasformazione del PBC (pasta base di cocaina) in cloridrato di cocaina (cioè la cocaina pura). Composto con elementi di scarto come acido cloridrico, ammoniaca e cherosene, viene tagliato con sostanze dall'altissimo grado di tossicità quali la polvere di vetro delle lampade alogene. A differenza della più famosa polvere bianca, però, ha una “potenza di fuoco” di 400 volte superiore.

È lo strumento principale con cui le grandi imprese del mercato della droga – che elaborano nelle stesse cucine in cui si prepara il Paco anche la cocaina che sbarcherà negli Stati Uniti ed in Europa – stanno aprendosi a nuovi mercati. È la riproposizione, in scala, di quel che avviene nel processo del capitalismo globale : ci si apre prima ai “grandi” mercati, quelli delle piazze più importanti e poi, quando ci si è fatti un volume d'affari (ed un nome) di tutto rispetto in questi luoghi si cerca fortuna in mercati minori – ancor meglio se sconosciuti – con un'offerta che, pur ricalcando quella principale, pone sui nuovi mercati prodotti “di serie b” o – come in questo caso – prodotti di scarto.

«Inizi con una dose» - dice Francisco, 19 anni - «l'effetto è fortissimo ma dura pochi secondi. Allora ne vuoi subito un'altra, e poi un'altra ancora e così via. Non esistono vie di mezzo: dal primo giorno diventi un “adicto”, un dipendente». Francisco è uno di quelli che ce l'ha fatta. Dopo mesi di cura a Casa Flores (il primo centro di recupero per dipendenti del Paco) le mani non tremano più e sono scomparse anche le bruciature sulle labbra - dovute al fatto che l'unico modo per assumere questa sostanza è fumarla attraverso delle pipe, spesso ricavate dagli strumenti più disparati quali tubi di metallo ed antenne tv – sono ormai un lontano ricordo.

Aung San Suu Kyi libera


Rangoon (Birmania), 13 novembre 2010.

Da Sakineh ad Omar Khadr: c'è un uso (geo)politico dietro le campagne per i diritti umani?

Nelle scorse settimane il mondo occidentale era pronto a mobilitarsi per Sakineh, la donna iraniana che – accusata di omicidio – sarebbe stata lapidata se non fosse intervenuta la c.d. “opinione pubblica internazionale”. Poi, come succede solitamente quando anche l'agenda setting dei diritti umani viene decisa in base a ragioni geopolitiche, la sua storia è caduta nel dimenticatoio...

Quella specifica situazione – che ha avuto un nuovo passaggio infinitamente meno “strillato” sui nostri media nei giorni scorsi – può avere due chiavi di lettura: quella di una donna che, accusata di omicidio, viene messa a morte secondo le leggi in vigore in Iran, oppure la si può leggere come l'ennesima vetrina utile per descrivere la teocrazia iraniana nella sua forma mefistofelica, operazione che si rende necessaria a livello geopolitico per creare nell'opinione pubblica occidentale (non ho modo di verificare se la stessa cosa avvenga anche nel resto del mondo...) le basi per un futuro attacco – più o meno celato – al regime degli ayatollah.
Da qui la domanda: non è questo, forse, un uso politico – e geo-politico – dei diritti umani? Quanti “casi-Sakineh” (o forse sarebbe meglio dire quanti “casi-Teresa Lewis”) ci sono quotidianamente? E di quanti di essi veniamo realmente informati?

Non ho intenzione di aprire il casellario di “nera” e citarvi quello che credo sarebbe un lungo elenco (anche perché quando nasci nel paese in cui la cronaca nera è usata come peep show con cui intrattenere il pubblico ne sviluppi una certa idiosincrasia...) . Per rispondere a queste domande, però, dobbiamo fare un salto all'indietro:

Afghanistan, 27 luglio 2002. Durante uno degli innumerevoli scontro tra le forze della Coalizione ed i taleban, avvenuto a seguito dell'omicidio di un soldato americano di nome Speers viene arrestato Omar Khadr, di anni 15. Omicidio, tentato omicidio, cospirazione, affiliazione terroristica e spionaggio sono i cinque capi di accusa che costano al giovane (sangue pakistano e cittadinanza canadese) il soggiorno presso il carcere di Guantánamo Bay, Cuba, dove ha trascorso gli ultimi sette anni della sua vita.

«Io ho l'obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione».

I nuovi padroni dell'Afghanistan, parte II: Gulbuddin Hekmatyar e Hizb-ul-Islami

«Bisogna fare la pace con i propri nemici, non con gli amici».
A dirlo è il generale David Petraeus, dal 23 giugno scorso uomo di fiducia di Barack Obama in Medio-Oriente, dove ha sostituito il generale Stanley Allen McChrystal, reo di aver rilasciato al magazine Rolling Stone una intervista molto critica verso l'amministrazione dell'attuale inquilino della Casa Bianca.

Suona un po' come il vecchio detto “se non puoi batterli unisciti a loro”, ed è quello che sembra stia accadendo in Afghanistan dove – dopo 9 anni di una guerra lanciata all'insegna della caccia al taleban – tra poco tempo quegli stessi uomini una volta inseriti nella “black list” andranno a formare il governo della probabile era post-Karzai o, quanto meno, ne andranno a rinsaldare i pilastri.
Abbiamo già parlato dell'influenza del clan Haqqani (qui il post: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/10/i-nuovi-padroni-dellafghanistan-il-clan.html), la cui importanza potrebbe rivelarsi utile – visti gli stretti rapporti con Al Quaeda – anche in un futuro conflitto con il Pakistan. Ma questa, per ora, è fanta-geopolitica.

Attenendoci invece alla realtà, un altro dei personaggi che quasi sicuramente andranno a far parte del nuovo esecutivo – vista anche la sua sovraesposizione mediatica – è una vecchia conoscenza dello zio Sam. Un amico molto speciale potremmo quasi affermare, visto che ai tempi della guerra anti-sovietica è stato il principale destinatario degli aiuti americani alle milizie afghane, aiuti che passavano proprio da quel Pakistan che sempre più diventa “croce e delizia” per l'amministrazione di Washington. Il nome di questo signore della guerra è Gulbuddin Hekmatyar.

  • Chi è Gulbuddin Hekmatyar

Pashtun, nato nel 1947 a Kunduz (Afghanistan del Nord, capitale della provincia omonima) da una ricca famiglia di proprietari terrieri, già ai tempi dell'università di ingegneria di Kabul si fa notare per il suo radicalismo: non è difficile sentirlo minacciare di raschiare via il rossetto dalle labbra delle studentesse con la carta vetrata o decantare altre “gentilezze” simili. Negli anni '70 diventa uno degli uomini di spicco del partito islamico moderato Jamiat-i-Islami (il partito più vecchio dell'Afghanistan il cui nome significa “Società Islamica”), a quel tempo capeggiato dall'ex presidente (il primo dell'Afghanistan post-comunista) Burhanuddin Rabbani e dove spicca il principale nemico interno di Hekmatyar, quell'Ahmad Shāh Massūd conosciuto come il “Leone del Panjshir” divenuto l'”eroe per antonomasia” del popolo afghano.