Le coscienze non possono essere imprigionate, liberate Volkan Sevinc!

Ankara (Turchia) - "Ribellione, Rivoluzione, Anarchia". È lo slogan urlato da Volkan Sevinc, un compagno anarchico turco, al momento del suo arresto. La storia di Volkan, in realtà, è la storia di tanti, troppi compagni anarchici che, per il solo fatto di aver abbracciato la “A” cerchiata o il gatto nero e non le logiche imperialistico-repressive, vengono imprigionati, perseguiti e “fatti suicidi” – come nel caso dell'anarchico Pinelli.
Tutto, per Volkan, inizia il 6 gennaio 2010, durante una conferenza stampa, con annessa manifestazione, tenutasi nella capitale turca in solidarietà all'obiettore di coscienza detenuto Enver Aydemir. Il ferreo braccio armato dello Stato turco, con atto pronto ed eroico, si prodigava in atto totalmente illegale: la richiesta dei documenti in un tipo di manifestazione – pacifica – per la cui riuscita, in Turchia, non vi è neanche l'obbligo di informare la polizia. Ma si sa che la polizia può tutto, e noi italiani dovremmo saperne qualcosa (butto lì solo due nomi: Diaz e Bolzaneto, per chi ricorda...). Già questo dovrebbe bastare a dare l'idea dei veri intenti delle forze dell'ordine (che anche in Turchia, come i loro colleghi italioti, sono sempre più del disordine...), ma naturalmente, in una storia di questo tipo non possono mancare sparizione e (strane) apparizioni. Dei 23 antimilitaristi fermati, l'unico arrestato è stato Volkan, l'unico anarchico. Viene portato davanti al giudice, per un processo da egli stesso definito “farsa”, utile solo per dare quella parvenza di democrazia al regime turco (che in funzione di entrata in Europa è sempre un buon modo per ripulirsi l'immagine...) con due capi d'accusa: a) essere l'organizzatore della manifestazione, peraltro definita “assembramento illegale” e b) possedere un'arma da fuoco: un coltello.
No, non ci sono errori: secondo il giudice la prova del possesso di un'arma da fuoco è proprio un coltello (peraltro non di proprietà di Volkan)! Evidentemente in Turchia saranno talmente avanti con la tecnologia che hanno trovato il modo di far sparare anche i coltelli, boh...

In quanto anarchico, Volkan ha subito un processo-farsa; in quanto anti-militarista è stato incarcerato nelle prigioni del Potere (ognuno ha quelle che più gli aggradano: noi, negli anni '70, avevamo le prigioni del Popolo, i turchi, nel 2010, hanno le prigioni del Potere...). Negli stessi momenti per le strade di Ankara, di Istanbul e di Smirne si riversavano i compagni di Volkan, dietro a striscioni che avevano un'unica, identica, dicitura: «Le coscienze non possono essere imprigionate, liberate Volkan Sevinc».

Qualunque sarà l'accusa ufficiale, quella di Volkan è da leggersi come carcerazione per aver rifiutato la logica di morte che indossare una divisa porta con sé. Succede a Volkan in questi giorni, succede ai disertori israeliani tutti i giorni. Ma questa è un'altra storia...

Solidarietá a chi si oppone al militarismo, rispetto per i disertori! Volkan libero!


p.s. potete seguire le vicende di Volkan Sevinc al sito: http://www.ahaligazetesi.org/. Se conoscete il turco, naturalmente.

Quando il gioco si fa menzogna i giornalisti-giornalisti scendono in campo

«Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare», o – nel nostro caso – sarebbe meglio dire: «quando il gioco si fa menzogna i giornalisti-giornalisti scendono in campo». È quello che, si spera, dovrebbe avvenire in una delle tante questioni importanti di questo Paese, e proprio per questo messa a tacere dalla classe politica e da quella giornalistica sua serva. Parliamo delle c.d. “navi dei veleni”, cioè di quell'alternativo modo di smaltire rifiuti tossici portandoli con carrette del mare verso le coste africane (per poi costruirci sopra autostrade, come la Garowe-Bosaso in Somalia) o che vengono fatte appositamente affondare in mare. È una questione aperta più o meno tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, (me ne sono occupato anch'io: http://senorbabylon.blogspot.com/2009/10/scorie-perdere.html), quando a Cetraro (Cosenza) una nave dalla quale spuntavano 120 fusti di materiale non identificato, e quelli che sembravano essere due teschi, venne fatta passare per un relitto dell'epoca della II Guerra Mondiale. Peccato che, stando ai documenti, quel relitto si trovi da tutt'altra parte. La ministra per l'ambiente Stefania Prestigiacomo ed il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso (che fino a quel momento aveva avuto tutta la mia stima) si affrettarono a dire che quella nave stava lì da ormai molti anni.

Dicevo che quando il gioco diventa menzogna, qualcuno deve andare a caccia della verità. Quel qualcuno si chiama Gianni Lannes, è un “signor” giornalista, uno davvero capace in quel che fa. E per questo nessuno gli dà retta. Ma d'altronde siamo in Italia, paese in cui più sei incapace e più in alto stai nella scala gerarchica. Comunque: tra un'intimidazione e l'altra, Lannes ha fatto quel che ogni bravo giornalista farebbe: mettere la menzogna – rappresentata dalla ministra – di fronte alla verità con un confronto pubblico. Non potendo riportare il testo della notizia, vi ci rimando direttamente.


http://www.italiaterranostra.it/?p=4045

credo, anzi, sono convinto che la ministra non accetterà. Ma visto che c'è ancora tempo vediamo cosa succede...

E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

I miei compagni di scuola iniziarono a sospettare che non gli abbia raccontato proprio tutto di me. «Perché sei fuggito dalla Sierra Leone?» «Perché c'è la guerra». «E tu hai visto la gente combattere?» «Se ne vedeva dappertutto». «Nel senso che c'era gente che andava in giro armata a sparare?» «Sì, spesso». «Figo». Abbozzo un sorriso. «Una volta o l'altra ce ne parli». «Sì, una volta o l'altra».
[dal retro di “Memorie di un soldato bambino” di Ishmael Beah]

Quando si parla di guerra, solitamente, si tende a considerare sotto questo termine i grandi eserciti “super-addestrati ed armati fino ai denti” che vediamo spesso nei film americani.
Quegli stessi film che piacciono a tutti i bambini, perché da bambino chi non si è identificato con Rambo, o con tutti tutti questi “eroi dal grilletto facile”? La regola dei bambini piccoli è che: «i maschietti giocano con i mitra e le femminucce con le bambole». Già, giocano...

Da questo lato del mondo, dal lato economicamente ricco, i bambini giocano alla guerra. Perché per un bambino la guerra deve essere un gioco. Come è “giusto” che sia. Dall'altro lato del mondo, cioè dal lato che serve al mondo ricco per continuare a definirsi tale, la guerra, molto spesso, non è un gioco.
Congo, Algeria, Somalia, Darfur, Sierra Leone. Migliaia e migliaia di bambini africani la guerra non la giocano. Alcuni la guardano da lontano, fortunatamente. Altri, invece, la vivono in prima persona. Come Ishmael Beah, autore del libro “Memorie di un soldato bambino”. Mi fa un certo effetto dover dire che questo libro – come molti altri – è un libro bello e che mi è piaciuto.
Perché mi fa un certo effetto connotare in maniera positiva una guerra raccontata sì da un reduce, ma da un reduce che, nel momento del racconto, ha da poco passato la maggiore età. Siamo nel 1993, a Mogbwemo, piccolo villaggio della Sierra Leone, paese in cui i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario hanno iniziato, dal marzo del 19991, una guerra civile capeggiati da Charles Taylor, esportatore di morte e signore della guerra, ed alcuni ribelli burkinabé.
Ishamel, suo fratello Junior, gli amici Talloi e Mohamed alla guerra non ci pensano. Loro sono bambini. E poi a loro interessa la “parlata veloce degli americani”, cioè il rap e l'hip hop. Nel loro villaggio però non ci sono rapper, e per vederli, per studiarli (visto che hanno formato una band) vanno a Mobimbi, il “parco divertimenti” per bianchi.
Un giorno come un altro, però, il loro villaggio viene attaccato, ed i ragazzi non potranno più farvi ritorno.
È l'inizio della fine. I ragazzi si separeranno e tutti – in un modo o nell'altro – faranno i conti con la guerra. Ishmael diventa un soldato “regolare”, il cui scopo è quello di «vendicarsi dei ribelli che gli hanno ucciso la famiglia e distrutto il villaggio», come il comandante ripete spesso, tra un film di Rambo, qualche pasticca e un po' di cocaina “che danno più energia”.
Da quel momento la famiglia di Ishmael saranno i suoi compagni, il caporale e tutti gli altri che, come lui, hanno un fedele amico nell'AK-47, nel G3 o nel kalashnikov. Gli unici “amici” di cui ci si possa fidare in guerra.
L'infanzia di Ishamel se ne va così, insieme al primo proiettile che uccide un uomo, in quel concetto che vuole i militari “buoni” ed i ribelli “cattivi” avere differenze sempre più labili. Entrambi attaccano villaggi, uccidono, rubano. Entrambi gli eserciti usano i bambini per fare la guerra.

So che solitamente in una recensione si riassume quel che si è letto. Ma mi piacerebbe che invece che a questo mio articolo, la gente si incuriosisca e vada a leggersi il libro, perché – come dice William Boyd – questo libro è «la prima volta che un soldato bambino si mostra capace di dar voce letteraria a una delle figure più drammatiche che ci ha lasciato il XX secolo: la figura dell'adolescente guerriero ed assassino».

«E voi a divertirvi andate un po' più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà. »
[Fabrizio De André]

Di burocrazia si muore

L'Aquila (Italia) - «Esecuzione forzata». Si può distruggere intere vite con due semplici parole? No, non intendo distruzione “fisica”, a quella – in molti casi – ci ha già pensato il terremoto ad aprile. Mi riferisco a quella parte della vita costituità dalla dignità, dall'orgoglio di quelle tante donne e uomini che per quasi un anno sono stati presi in giro dal Governo Italiano, dalla Protezione Civile e – perché no? - anche da un Parlamento che passava il proprio tempo dietro a Berlusconi invece che guardare a chi, per antonomasia, gli dà legittimità: la gente.

Con due semplici parole gli organi gerarchicamente più elevati si sono tolti gli ultimi rimasugli di ipocrito cordoglio verso gli aquilani. Sì, perché quando ci sono le sciagure ci sono due tipi di sciacalli: quelli che passano durante le riprese (spesso messi lì pro domo del giornalista che così tira fuori il pezzo “strappalacrime”), e quelli che vengono dopo, a telecamere spente.

Quelli che vengono dopo, sono gli stessi che buttano in mezzo ad una strada una signora di 63 anni – Filomena Boccia si chiama – con una lettera di sole cinque righe nelle quali le si intima che, qualora non sia disposta a lasciare sua sponte la stanza della Caserma Campomizzi nella quale “abita” adesso, si dovrà ricorrere alla forza. La casa di Filomena è una delle tante case distrutte dal sisma, ma non sarebbe comunque stato possibile rientrarvi per un “piccolo” particolare: la casa di Filomena era inagibile, e lei ci abitava perché, se fosse andata ad abitare in una casa “vera”, anche per un periodo breve, avrebbe perso posizioni in quella speciale lotteria che è la graduatoria per le case popolari. È diventata una “senza dimora”, lei come tanti altri, non certo per sua volontà. Lo è diventata per volere altrui: di chi ha costruito L'Aquila su un area sismica, e di quella burocrazia, farraginosa e spesso superflua, che è uno dei grandi mali dell'Italia.
Come tanti altri, Filomena ha fatto richiesta per un alloggio alla Protezione Civile, ma si sa che gli interessi protetti dalla Protezione Civile sono quelli degli speculatori e di chi non è stato colpito dalla sciagura (per altro evitabilissima) dell'aprile 2009.

In una situazione del genere, una situazione di «rabbia ed esasperazione» come dicono gli stessi aquilani, una situazione che sta raggiungendo sempre più il punto di ebollizione, domenica gli aquilani hanno fatto quel che forse avrebbero dovuto fare fin dall'inizio: riprendersi la città. Hanno violato la “Zona Rossa” - così come consuetudine di altre proteste – e sono saliti lì, nei corsi del centro storico, sulle macerie che da quel 6 aprile campeggiano “a futura memoria”. Chi ha pianto, chi ha urlato, chi ha cantato i canti popolari, la protesta è stata civile, per quanto possa esserlo chi si vede preso in giro da circa un anno con promesse e contentini vari. Il massimo della ribellione è stato appendere le chiavi degli appartamenti sulle transenne e sulle reti di metallo che impediscono l'accesso alle strade. «La protesta delle mille chiavi» l'hanno chiamata.

Non so se Bertolaso sia colluso con cui, alle 3e32 del 6 aprile 2009 rideva e si fregava le mani mentre faceva i conti su quanto avrebbe potuto guadagnarci da una sciagura simile o se, come lo stanno dipingendo un po' tutti, si è trovato solo a collaborare con le persone sbagliate (e non so quale delle due sia peggio, francamente...). So però che lui e chi si è occupato della – a questo punto – non-ricostruzione de L'Aquila dovrebbero non solo dimettersi dai propri incarichi, naturalmente senza attendere l'accettazione delle stesse da parte del Governo o dagli organi eventualmente preposti, e vergognarsi di quel che (non) hanno fatto, che siano delinquenti, inetti o affaristi senza scrupoli poco me ne cale. Perché prendere in giro cittadini la cui unica colpa è stata quella di abitare a L'Aquila, farci i teatrini a favore di telecamera e “mangiarci” sopra (sia in termini di affari che in termini mediatici) è una delle cose più immonde che la mente umana possa concepire.

Le bombe saranno pure intelligenti...

Marjah (provincia centrale di Uruzgan, Afghanistan)27 civili uccisi, tra cui quattro donne e un bambino, e 12 feriti è il bilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.
L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?

Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.

«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collaterali”, sono le cifre sulle quali poter rifinanziare gli interventi nelle zone di guerra. Numeri, sono solo numeri. E dunque va bene il comunicato di cordoglio: «Ci dispiace, non volevamo. Ma state tranquilli perché apriremo un'inchiesta», dicono. E intanto, mentre l'inchiesta viene aperta i militari possono continuare a fare rastrellamenti casa per casa, rapendo ed arrestando a piacimento gli uomini e violentando donne e bambine, mentre i burattinai continuano a stuprarne i villaggi, le città ed i paesi con l'unico scopo di arraffare il più possibile ed aggiungere biglietti verdi ai loro conti in banca, in attesa di scatenare la prossima crisi, la prossima bolla speculativa o la prossima guerra con il beneplacito dei governi dei paesi invasi. Perché «noi esportiamo la pace, cazzo», come direbbe Gaber.


«Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?

Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando cadere i volantini in una pioggia cartacea. Quello, evidentemente, era difettoso. Può succedere, d'altronde chi di noi non si è mai trovato di fronte a qualcosa di difettoso? Per molti giorni la piccola Maryam è stata operata nell'ospedale di Emergency, dove di fatto le è stata ricostruita tutta la parte inferiore del corpo. Ciò ha due risvolti importanti:



  1. Come potrà vivere una bambina, quindi una futura donna, senza organi genitali in un paese come l'Afghanistan?
  2. Cosa potrà rispondere, un giorno, a chi le dirà che quegli uomini che le hanno spaccato in due le ossa, erano lì per difenderla e per “portare la pace”?

Io, al suo posto, risponderei che una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.

C'è chi i governi li abbatte a colpi di elezioni e chi a Colpi di...Stato

Niamey (Niger) - C'è chi i governi li abbatte a colpi di elezioni e chi a Colpi di...Stato.
1974, 1996, 1999, 2010. Sono queste le date “storiche”, le date in cui il governo del Niger è passato di mano:
Il 13 aprile 1974 il governo di Hamani Diori – leader del Partito Progressista in carica dal 1960 – viene rovesciato dal “Comitato militare supremo”. Il nuovo Presidente è il tenente colonnello Seyni Kuntche. Sotto la sua presidenza il paese vive il periodo probabilmente più prolifico della sua storia post-coloniale (la liberazione è avvenuta nel 1960), in particolare in termini economici (grazie allo sfruttamento dell'uranio, che costituiva – 1980 – circa il 90% delle esportazioni).
Se, però, sul fronte interno si poteva parlare di “miracolo”, la stessa cosa non si poteva dire sul fronte internazionale, dove il debito estero passò dai 207 milioni del 1977 agli oltre 1000 degli inizi degli anni '80. Il Niger fu costretto a ricorrere alle "cure" del Fondo Monetario Internazionale. Nel 1986 Kuntche fu colpito da emorragia cerebrale, sostituito dal colonnello Alì Seibou, che verrà eletto Presidente della Repubblica tre anni più tardi.
La cura del duo Banca Mondiale-FMI intanto otteneva i suoi frutti: negli anni '90 il Paese è a rischio bancarotta.
Gennaio 1996: viene destituito Mahamane Ousmane (passato alla storia come il primo presidente democraticamente eletto della storia nigerina, anno 1992). Al suo posto il colonnello Ibrahim Baré Maïnassara. Tre anni più tardi, con l'opposizione che chiedeva le dimissioni di Maïnassara, la guardia presidenziale uccise il presidente. Al suo posto Daodua Malam Wankefu, che divenne anche capo del Consiglio Nazionale per la Riconciliazione. Dopo le forti pressioni della comunità internazionale, le elezioni svoltesi nell'ottobre dello stesso anno portarono alla vittoria – tramite elezioni giudicate libere e corrette dagli osservatori internazionali - del militare in pensione Mamadou Tandja, deposto giovedì.

Il mandato di Tandja sarebbe dovuto scadere lo scorso dicembre, ma una riforma costituzionale da lui stesso voluta, lo aveva “legittimato” per un terzo mandato. L'unico paese che ancora appoggiava il Niger era la Francia, paese passato dalla colonizzazione militare del XIX secolo a quella economica del Terzo Millennio. Sì, perché – tramite Areva, leader mondiale nel settore del nucleare – si assicura lo sfruttamento dell'unica ricchezza che il Niger può offrire: l'uranio. L'ultimo accordo commerciale, stipulato nel gennaio dello scorso anno, concede ad Areva lo sfruttamento della miniera di Imouraren, la più grande di tutto il continente africano.

Un passato in mano ad organizzazioni criminali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, condizioni geo-climatiche non certo favorevoli (come d'altronde gran parte dei paesi del continente africano), corruzione diffusa ed una forte dipendenza economica dai paesi stranieri (metà del budget governativo deriva infatti da risorse esterne), pongono il Niger tra i paesi più poveri del mondo, al secondo posto nella graduatoria mondiale sulla mortalità infantile ed al penultimo in quella dello sviluppo umano.
Il colpo di stato di giovedì, dunque, è in qualche modo la normale conclusione di una situazione che – iniziata con l'aumento dei generi alimentari a seguito della siccità e dell'invasione di cavallette nel 2005 – aveva visto aumentare le tensioni e gli scontri nell'agosto scorso, quando Tandja aveva modificato a suo favore la carta costituzionale nigerina.
Laddove la c.d. comunità internazionale non può – o non vuole – far nulla (l'essere seduti sul più grande giacimento di uranio del mondo ti dà un certo potere politico, nonostante ormai l'uranio sia stato declassato a risorsa di serie B), e dove le organizzazioni sovranazionali pronte a mandar militari in ogni dove – a patto che questo vada a favore dei paesi più importanti al suo interno – il colpo di stato rimane l'unica soluzione attuabile.

È stato, in qualche modo, un golpe “dolce”, un golpe dove il versamento di sangue per le strade è stato minimo (si parla di un numero di vittime tra le tre e le dieci unità, totalmente nelle fila dei militari): il presidente Tandja è stato sequestrato, verso le 13 di giovedì, durante un consiglio dei ministri e portato – dopo un breve scontro a fuoco - a ritmo di marcia militare.
«Il Consiglio supremo per la restaurazione della democrazia, di cui sono portavoce, ha deciso di sospendere la Costituzione della Sesta Repubblica e di dissolvere tutte le istituzioni che di essa sono emanazione». È questo lo scarno comunicato con cui i golpisti, per voce del colonnello Goukoye Abdoulakarim ha annunciato l'avvenuta deposizione del Presidente. Poi il silenzio.
Silenzio nelle comunicazioni e silenzio nelle reazioni della gente; molti nigerini, infatti, hanno visto il colpo di stato come il punto di inizio di una svolta democratica che da tempo invocano. Tandja non era un presidente-dittatore, non era odiato dai suoi cittadini, che anzi gli riconoscevano il merito di aver lavorato alacremente per il bene della popolazione, ma nessuno ha accettato il suo governo-regime fondato sull'illegittimità.

A guidare il golpe, tra i più importanti nelle gerarchie militari, sono il colonnello Djibrilla Hima Hamidou – detto Pelé – che nel 1999 parteciò al golpe del comandante Wanké ed oggi numero due del Csrd (Consiglio supremo per la restaurazione della democrazia); Harouna Adamou, maggiore, e Goukoye Abdoulakarim, colonnello, che ne è anche il portavoce.
Il loro scopo è quello di «trasformare il Niger in un esempio di democrazia e buon governo, salvando la popolazione da povertà e corruzione». Dopo un breve periodo di coprifuoco e chiusura delle frontiere aero-terrestri, con l'arresto del Presidente e dei ministri presenti al consiglio, la situazione sembra essersi stabilizzata, con la liberazione di questi ultimi ed il ritorno ad una normalità che, in realtà, sembra essere stata interrotta solo nella capitale Niamey, e neanche in tutta la città (a Zinder, una delle città principali e prima storica capitale del paese, il golpe non è stato neanche avvertito dalla popolazione, che ne ha evidentemente avuto notizia solo dalla radio). Per altro fonti giornalistiche dicono che il Csrd non fosse l'unico a caldeggiare il rovesciamento di Tandja: altri due gruppi di militari avevano avuto la stessa idea.
Adesso bisognerà vedere come la giunta militare intenderà muoversi, sia sul fronte interno – dove ha già fatto sapere di voler indire elezioni libere, ma solo dopo aver stabilizzato il paese – che sul fronte esterno. Per quanto riguarda il fronte interno, si è fatto avanti l'ex presidente della Nigeria Abdulsalami Abubakar in veste di mediatore: la sua road map propone, in particolare, il temporaneo reinsediamento di Tandja fino alle nuove elezioni per la costituzione di un governo di riconciliazione nazionale. Sul fronte esterno vive momenti di panico la Francia, che ancora non sa se i militari vorranno mantenere in piedi gli accordi internazionali firmati da Tandja (in particolare, ovviamente, quello con Areva), oppure vogliano guardare ad altri clienti, in primis quella Cina la cui opera di colonizzazione – con tanto di acquisto di terre coltivabili in Africa – assomiglia sempre di più alla colonizzazione dell'ormai decaduto Impero francese.

Non si sa, naturalmente, se questa giunta voglia davvero operare in funzione di una maggior democratizzazione del Niger, quello che si sa è che questo colpo di stato ha probabilmente evitato ben altri pericoli per un paese già in ginocchio. È questo è già un punto a suo favore.

Ma tu quante mamme hai?


Molto spesso ho criticato la scuola, accusandola di essere diventata mera fucina di giovani la cui istruzione si limita solo a una manciata di nozioni apprese dai libri, sacrificando la funzione pedagogica e di arricchimento culturale degli studenti sull'altare di logiche mercatiste tali da costruire profili di studenti buoni per la manovalanza, ma non per altro. Per cui, quando da quella stessa scuola viene qualcosa di buono, non può che mettermi di buon umore.

Per capire di cosa sto parlando andiamo a Torino, dove il Comune ha deciso di patrocinare – gratuitamente (l'unica spesa sarebbe eventualmente quella di pagare le copie da distribuire) – un manuale scritto da Maria Tina Scarano, assistente sociale e Giuliana Beppato, psicologa e dipendente della Asl di Milano e di Laura Monicelli che ne ha curato i disegni. Gruppo di lavoro tutto al femminile, e forse i motivi sono facilmente intuibili.
Perché il manuale servirà – o almeno dovrebbe servire, questo sta all'intelligenza delle persone – per eliminare uno degli stereotipi più stupidi e retrogradi dal quale la nostra società “evoluta e democratica” ha ancora molte difficoltà a staccarsi: dover spiegare la non a-normalità delle coppie non eterosessuali.


Tramite la storia di Tommi, si tenterà di rispondere a domande come:«Chi è la tua mamma? (risposta: lo sono tutt' e due)» oppure: «Qual'è la tua mamma vera? (r: chiedetelo a loro, sono due mamme che vivono insieme)», e poi la mia preferita (almeno tra le quattro presenti sull'articolo de La Stampa – sezione Torino Nord-Ovest – di mercoledì 17 febbraio dal quale riprendo la notizia): «I miei genitori dicono che di mamme ce n'è una sola: perché Sara ne ha due?» La cui risposta secondo me oltre che alla domanda in sé risponde anche all'ignoranza imperante che un po' tutti abbiamo su questo tema: «Forse tua mamma non conosce le mamme di Sara. Potrebbe invitarle a casa e chiederlo a loro».

Le chiamano famiglie “omogenitoriali”, termine che a me personalmente non piace poi granché – con un po' di fantasia si potrebbe trovare anche qualche termine migliore – ma non mi piace neanche il tipo di linguaggio usato dai giornali, quando parlano di famiglie “gay” o “lesbiche”, perché queste altro non sono che etichette, un modo come un altro per creare stereotipi (nell'accezione psicologica del termine).
A sollevare la necessità di un manuale di questo tipo, un opuscolo a fumetti, uno degli strumenti più diretti e comprensibili che spesso si usano per “aprire” la visuale di una società chiusa come la nostra su tematiche “sensibili”, sono state maestre e mastri, che non hanno certo una risposta pronta e preconfezionata per una domanda comunque nuova, su un tipo di famiglia che ancora stenta a trovare radicamento, in particolare in Italia, e il Gruppo scuola dell'associazione “Famiglie Arcobaleno”, che questo tipo di problema lo vivono quotidianamente sulla propria pelle.

Non so se con un semplice “manuale” si possa risolvere un problema tanto grande quanto l'accettazione di famiglie considerate “socialmente non comuni”, ma già l'idea di poter aprire un dibattito in merito, in un paese che ha smesso di interrogarsi sulle questioni importanti (anche per la mancanza di intellettuali veri alla Pasolini e non creati nel circuito gossiparo-televisivo) sarebbe già un primo, fondamentale passo per cercare di modernizzare la nostra società.

Perché a questo punto, nel tipo di mondo in cui ci troviamo tutti ad abitare, l'idea della famiglia “alla Mulino Bianco”, quella cioè tipicamente etero con bambini di sesso diverso, l'idea quindi della famiglia “tradizionale”, quella a cui difesa si schierano tutti i politici è ormai un'idea vecchia, superata. Perché se è vero, come è vero, che la famiglia si basa sull'amore questo se ne infischia tranquillamente delle “convenzioni sociali” per cui un “maschietto” deve innamorarsi sempre – e solo – di una “femminuccia” (e viceversa), oltrepassando così i confini di genere (arrivando così a quel carattere “universalizzante” che questo tipo di sentimento porta in sé) che invece costituiscono il blocco mentale e culturale del quale una società dal passato patriarcale e dall'ancora forte cultura machista è ancora schiava.
Un vecchio detto dice che il genitore non è chi ti fa, ma chi ti cresce. Per cui la figura genitoriale non si limita esclusivamente all'atto di concepimento ed agli eventuali 9 mesi di gravidanza. L'essere genitore è assunzione di responsabilità, è impegno quotidiano, è rispetto e – appunto – amore. Quello stesso amore che non danno quelle famiglie “normali” che gettano i propri figli appena nati nei cassonetti (quando basterebbe destinarli a più felice destino lasciandoli in ospedale...). E questo tipo di impegno, così come l'Amore – come dicevo prima – non è “schizzinoso”, non si fa problemi di alcun tipo, in particolare problemi di genere.

Nel nostro Paese c'è poi un altro dettaglio, non certo di poco conto, che bisogna sempre considerare quando si provano battaglie per la civilizzazione di un paese che civile lo è solo sulla carta: l'ingerenza ecclesiastica (che anche nel caso del vademecum si è fatta sentire) sulla maggior parte della classe politica del paese (mi chiedo quando avremo direttamente il “Partito Vaticano”, composto esclusivamente da ecclesiastici. Non credo manchi molto, comunque...). E quindi le “solite” e retrive idee sull'omosessualità come malattia (e il fatto che un cantante che adduca tale tesi si sia classificato secondo nella passata edizione del festival sanremese dovrebbe dar da pensare), sulla follia dell'adozione per coppie omosessuali, su cui mi aspetto fulmini e saette degne del miglior Zeus da parte di chi, non riuscendo a reprimere la propria sessualità dietro ad un abito talare, violenta i bambini senza che questo passi come scandalo in Italia (o al massimo se ne parla per qualche giorno, poi di nuovo via a prendersela con Berlusconi e la sua cricca; quella è una moda che non va mai fuori-moda). Io sono sempre stato a favore di questo tipo di adozione, per semplice convinzione personale, perché non è scritto da nessuna parte – come spiega anche Chiara Lalli, filosofa e bioeticista (che sicuramente è fonte più attendibile dello scrivente) – che famiglie omogenitoriali siano strane, non naturali od immorali. È solo una convenzione che fa comodo a chi non interessa portare questo paese nella sua versione “2.0”, per usare un termine noto – e caro – agli internauti. Anzi: secondo l'ultima edizione (2005, stando alle mie fonti) del “Lesbian and gay parenting”, un documento dell'American Psychological Association, dalle ricerche esistenti si evince chiaramente che non c'è discrasia di sviluppo psichico tra bambini che crescono con genitori dell stesso sesso o di sesso diverso. Una differenza, a dir la verità, ci sarebbe: i figli di coppie dello stesso sesso crescono più aperti e tolleranti nei confronti delle “diversità”, se poi si chiudano su posizioni più conservatrici o meno sta anche nell'ambiente in cui svilupperanno la propria individualità (ma questo è un altro discorso...).

È per tutto questo che vedo con favore un'operazione come quella del “manuale di istruzioni”, che secondo me dovrebbe essere adottato in tutte le scuole dell'obbligo italiane, perché se c'è un posto che deve tendere all'educazione – anche di questo tipo – della popolazione, questa è sicuramente la scuola.

Immaginate come sarebbe bello, un giorno, vedere un tema sulla famiglia di una classe elementare il cui incipit sia qualcosa del tipo: «I miei genitori sono separati, la mamma vive con un altro uomo e il papà anche…», senza che questo susciti il minimo imbarazzo. Ma con la deriva fascistoide della nostra società, questo diventa sempre più un'utopia che una realtà.

Se vogliamo arrivare a quell'"altro mondo" migliore di questo di cui tanti di noi parlano dobbiamo iniziare a cambiare il sistema fin qui imperante, iniziando dalla distruzione degli stereotipi che hanno caratterizzato la nostra società. Perché bisogna partire da un piccolo passo per avere una grande rivoluzione.

Ostaggi


Eccallà, direbbero a Roma. Ci risiamo di nuovo: il leader libico e mad dog della politica internazionale Muhammar Gheddafi lo ha rifatto. Cacciati tutti i cittadini dei paesi appartenenti all'area Schengen. Negli anni '70 – a pochi mesi dal golpe con il quale era salito al potere rovesciando re Idris I – aveva cacciato tutti i cittadini italiani, espropriando tutti i loro averi, per le beghe coloniali della guerra. E fin lì, forse forse, gli si poteva anche dar ragione. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti corenti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro» dice Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

Ora ci riprova, rinverdendo una diatriba che dura da circa un anno e mezzo fa, da quando cioè le autorità elvetiche avevano arrestato suo figlio Motassin Bilal (detto “Hannibal”, il perché non oso neanche immaginarlo...) reo di aver maltrattato due domestici in un hotel di Ginevra. Essendo evidentemente molto permaloso ed attaccato alla famiglia, il leader libico per ripicca non solo blocca le esportazioni di petrolio verso il paese della cioccolata, non solo ritira dai suoi conti svizzeri qualcosa come 5 miliardi di euro, ma come ciliegina sulla torta sequestra anche due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Naturalmente nessuno dice niente, perché Gheddafi beh...è Gheddafi, e sappiamo tutti com'è fatto no?
Comunque la storia finisce con l'allora Presidente della Confederazione Elvetica Hans-Rudolf Merz costretto a genuflettersi di fronte al leader libico, il cui potere, evidentemente, si espande oltre i confini dell'ex-colonia italiana.

Le acque sembrano tornare quasi tranquille, finché qualche giorno fa la Svizzera crea una «black list», di quelle che vanno tanto di moda nell'epoca del post 11/9 con i cattivi libici: 188 persone, tra cui Gheddafi e famiglia.
È il caos: dalla Libia partono strali contro tutti i paesi dell'area Schengen (cioè praticamente tutti i Paesi europei, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda, più Islanda, Norvegia e – appunto – Svizzera più Cipro, Bulgaria e Romania che aderiscono in maniera provvisoria), rei di essere solidali con Berna.

Breve passo indietro: gli accordi di Schengen sono stati firmati nel 1985 nella cittadina lussemburghese che ne dà il nome e definiscono la libera circolazione di persone, merci e servizi all'interno dei paesi aderenti, eliminando così le frontiere interne, aumentando i controlli sulle frontiere c.d. “esterne”. Integrato sia nel Trattato di Maastricht che nella Costituzione degli Stati Uniti d'Europa (nota come Trattato di Lisbona), prevede che se uno dei paesi che ne fanno parte adotti – come nel caso di specie – una lista nera, questa si estenda a tutti i paesi aderenti. È una cosa logica: se non ho controlli all'interno dei paesi dell'area, e uno degli stati appartenenti non vuole che circolino persone che definisce “sgradite”, come fa a controllare che quei soggetti non transitino nel suo territorio, se l'unico controllo che poteva fare – quello alle frontiere – non esiste più?

È la fine: scene di panico in tutta Europa, in particolare in Italia, unico paese passato da colonizzatore a colonizzato dalla stessa nazione (cioè la Libia). Perché noi siamo più intelligenti degli altri, e come trattiamo noi i dittatori non li tratta nessuno. Circa 20 anni fa c'erano Mohammed Siad Barre – che allora imperversava in Somalia – e Bettino Craxi. Costruimmo qualcosa come 450 km di nulla che prende il nome di “autostrada” Garowe-Bosaso sulla quale molto è stato detto, tra cui anche di essere cimitero per le scorie nucleari che dai paesi industrializzati vengono gettati nelle discariche del Terzo Mondo con quel fenomeno noto come “navi a perdere” (e di cui anche Ilaria Alpi si occupò prima di essere uccisa nel 1994 proprio in Somalia). Cambiano gli interpreti – oggi abbiamo al di là del Mediterraneo il leader libico ed al di qua Berlusconi – ma il film è sempre lo stesso, autostrada annessa.

Sinceramente dei rapporti Svizzera-Libia poco me ne cale, mi interessa di più notare il servilismo con cui i politici italiani – di destra e sinistra (quando si dice una politica “bipartisan”) - si prostrano nei confronti del leader libico. Su La Stampa di oggi, c'è un'intervista al nostro presunto Ministro degli Esteri (presunto in quanto la politica estera è da sempre fatta nei consigli di amministrazione delle grandi aziende nazionali, basti pensare a quel che fa l'Eni, peraltro ben presente in territorio libico) in cui si dice – cito testualmente – che «la decisione svizzera che equipara Gheddafi a terroristi internazionali poteva essere evitata». Non so voi, ma io mi sento un attimino preso per i fondelli da un'affermazione del genere. Tutti sappiamo il trattamento non certo di favore che la Libia riserva a chi viene colto in flagranza mentre tenta di fuggire dalle sue coste. Dalle mie parti uno così si chiama “terrorista”, così come terroristi sono tutti quegli stati – e quindi quegli uomini e quelle donne, visto che uno stato è fatto “fisicamente” dalle persone che lo abitano – che creano guerre per rubare il petrolio ed altre risorse atte al mantenimento dello status di “mondo ricco” (ma questa è un'altra storia...).

La “perla” dell'intervista però non è questa affermazione. Alla domanda se il blocco dei visti ai cittadini europei sia da considerare come l'ennesima provocazione a Gheddafi, Frattini (per una volta trovato in Italia, visto che di solito è sempre in vacanza alle Maldive quando succede qualcosa...) risponde così: «Agendo in questo modo, la Svizzera prende in ostaggio gli altri Paesi dell'area Schengen». Qui l'apoteosi, la standing ovation della diplomazia di sottomissione al leader libico. Noi che abbiamo permesso a Gheddafi di soggiornare in tenda a villa Pamphili in barba a qualunque divieto che sarebbe invece stato ampiamente rispettato se la tenda fosse appartenuta a qualunque altro disgraziato, straniero o autoctono che fosse; gli abbiamo permesso di fare il “beato tra le donne” mettendogli a disposizione schiere di donne; gli abbiamo permesso di prenderci per le patriottiche terga in tutto il suo soggiorno in Italia; gli diamo navi ed armamenti oltre a 5 miliardi di euro (e la già citata autostrada...) perché gli abbiamo invaso il paese 60 e più anni fa (senza che peraltro lui si sia mai scusato di aver rubato le terre agli italiani che cacciò trent'anni fa) ed è la Svizzera a tenerci tutti in ostaggio?

Il 28 e 29 Marzo vai al mare, vai in montagna ma soprattutto...non andare a votare (se sei democratico davvero)!



L'Italia è una democrazia? Bella domanda, di quelle da un milione di dollari sicuramente. C'è chi dice sì e chi dice no. Chi dice no, solitamente, adduce come fonte di a-democraticità Berlusconi. Perché dopo 15 anni di falsa opposizione da parte di quegli uomini che davanti ai microfoni ci dicono che combattono l'uomo di Arcore e sottobanco si alleano con loro come nell'affaire D'Alema-Copasir, abbiamo disimparato a ragionare, e vediamo solo quel che ci indicano (tant'è vero che ve la prendete con l'ex presidente del Milan senza accorgervi che se per 15 anni ha impestato questo Paese è solo colpa della totale inettitudine della c.d. Sinistra...). Anch'io dico che l'Italia non è più (ma lo è mai stata?) un paese democratico. Perché da anni viviamo nell'egemonia delle minoranze; perché per noi la democrazia è: «se una cosa la faccio io che sono dalla parte "bella, buona e giusta" della Storia va bene, se la fai tu che sei da poco uscito dalle fogne allora non va più bene»; perché per noi la democrazia è la democrazia della visibilità: "andiam andiam andiamo alla manifestazion!" ma guai a darsi da fare sul serio per cambiare questo paese. È faticoso e soprattutto non ci sono telecamere che possono riprendermi.
Per noi la democrazia si riduce al momento elettorale. Vado lì, in seggio, metto la mia bella "X" sul simbolo del partito e festa finita. Perché quello hanno detto di fare e quello facciamo. E chissenefrega se oggi il voto è l'operazione più antidemocratica che ci potessero dare, no?

Il nostro, più che voto "democratico" dovremmo definirlo voto "per cooptazione": perché se il voto è davvero libero io posso votare chi mi pare, giusto? E invece no, perché anche quando ci sono le famose "preferenze" alla fine posso solo scegliere tra chi mi viene detto di scegliere.

Cambiano le leggi elettorali a partita in corso, ma noi non lo sappiamo perché siamo troppo presi a denunciare l'ultimo scandalo per il quale nessuno farà nulla, a parte scrivere qualche libro-denuncia per far rimanere tutto esattamente come è sempre stato;
Cambiano le leggi elettorali a partita in corso, ma noi non lo sappiamo perché...il Grande Fratello, X-Factor, l'anticipo, il posticipo; e quando ho il tempo di informarmi?
Cambiano le leggi elettorali (e non solo quelle) ma noi non lo sappiamo. O meglio: o lo sappiamo dopo, oppure se lo sappiamo diciamo cose del tipo: «e io che ci posso fare?» E non ci interessa se - da "democratici" quali ci professiamo - non permettiamo la giusta informazione; non permettiamo ai cittadini, o ad alcuni di essi, di essere rappresentati alle elezioni come "Democrazia" vorrebbe. A cosa mi riferisco? Date un'occhiata qui e capirete:


Regionali 2010: le prove del sabotaggio del diritto di voto


Io dico NO! al voto non democratico italiano;
Io dico NO! al voto che non mi permette di scegliere in maniera realmente libera;
Io dico NO! al voto che si traduce solo in una scelta tra l'uno e l'altro gruppo di potere.

Perché per cambiare davvero le cose c'è bisogno di una riforma radicale del paese, e per farlo bisogna iniziare a cambiare davvero le fondamenta del Sistema, e non solo la carta da parati.
Il voto è uno dei più alti esercizi di democrazia. Ma quando manca la democrazia è ancora così?

NON VOTARE, LOTTA!
Quando ti chiedono di votare, ricordati della tua disoccupazione, del tuo lavoro precario e sottopagato, del tuo quotidiano tirare a campare.
Di come muoiono ogni giorno i lavoratori nelle fabbriche, di come i politici aiutano i padroni.
Dei tagli strutturali, dei soldi che mancano sempre per i salari, le pensioni, la sanità e la scuola ma che per finanziare le guerre non mancano mai.
Degli immigrati sfruttati, imprigionati nei centri di detenzione, mandati a morire in Libia.
Di come la giustizia dello stato è sempre fortissima con i deboli e debolissima con i forti.
Dicono che votare è importante perché questa è la democrazia.
Poi, dopo le elezioni, tutto torna esattamente come prima: politicanti e padroni comandano, e tu torni alla tua vita di sacrifici.
Non delegare agli altri la gestione della tua vita!
Possiamo e dobbiamo fare a meno dei politici di professione!
Autorganizziamoci, lottiamo in prima persona, difendiamo i nostri diritti, sbarazziamoci del potere e dei parassiti in doppio petto!
NON VOTARE, LOTTA!

oKKupazione!

Solitamente le soluzioni, nei miei post, le lascio alla fine. Ma stavolta le sparo all'inizio. Per una volta partiamo dal dolce e finiamo con l'antipasto (indigesto). Il dolce ce lo portano i nostri cugini d'oltralpe, precisamente il Comune di Parigi, il quale - a differenza di quel che avviene in Italia - ha il diritto di prelazione sull'acquisto degli immobili costruiti sul suo territorio, diritto che puntualmente esercita comprando palazzi nel cuore della città ed affittando - distinguendo tra edilizia popolare, sociale e a canone concordato - a più categorie sociali, in modo da avere anche un altro paio di vantaggi: si evita la ghettizzazione (il "problema" delle banlieue è noto a tutti anche da questa parte delle Alpi) e crea fin da subito quel senso di comunità multiculturale (e multietnica) che è forse uno dei fiori all'occhiello della comunità francese.
In uno stesso palazzo, dunque, si trovano operai, infermieri, impiegati così da evitare che un lavoratore debba sobbarcarsi qualche ora di viaggio tra il luogo di lavoro ed il proprio appartamento. In Italia la situazione è diversa. Molto diversa.
Per capire com'è iniziamo con un esempio, e prendiamo una giovane coppia senza figli. Lui fa l'operaio – 5° livello, stipendio medio 1200 euro – lei sta cercando lavoro, ma dopo aver passato la vita sui libri tra università, master e corsi di specializzazione si sente ripetere che «è troppo qualificata e sarebbe sprecata», ma non avendo figli, per adesso, con il solo stipendio da operaio riescono in qualche modo a campare. Hanno cercato a lungo un appartamento in cui andare ad abitare per allontanarsi dalle rispettive famiglie. Dopo una lunga e faticosa ricerca, fatta di persone che o avrebbero concesso l'appartamento a patto che la coppia non facesse figli – perché i bambini portano solo guai e poi è più difficile cacciare una famiglia con dei bambini piccoli - di case che definire tali ci vuole uno spiccato sense of humor oppure di case che, ufficialmente, non potrebbero essere affittate hanno trovato un appartamento di 75mq a 600 euro mensili. Non sarà esattamente una reggia, ma almeno funziona tutto e ci sono l'acqua corrente, il gas e l'elettricità. Il proprietario della casa l'ha acquistata accendendo un mutuo a tasso variabile dell'importo esatto dell'affitto richiesto, così da poter coprire le rate del mutuo senza problemi. Ma si sa, i tassi variabili facilmente aumentano, e dopo un po' di tempo il proprietario si vede aumentare la rata del mutuo, che passa dai 600 richiesti a 800 euro. Con il solo affitto, dunque, il proprietario di casa non può più far fronte al mutuo, e quindi si vede costretto ad aumentare l'affitto, ristabilendo la situazione precedente all'aumento. C'è la crisi, però, e poi i nuovi mercati – India, Paesi in via di sviluppo – hanno una manodopera molto più conveniente: lavora di più e costa (molto) di meno. Per cui il nostro operaio viene messo in cassa integrazione a 960 euro (cioè l'80% dello stipendio mensile). Quindi il dilemma: pagare l'affitto o fare la spesa? Ci hanno provato a chiedere al proprietario di rivedere la rata, ma niente, quello da quest'orecchio proprio non ci sente. Non ci vuole rimettere un euro di tasca sua. Alla fine della fiera la giovane coppia si ritrova a fare richiesta per l'assegnazione di un alloggio popolare. Interrompiamo qui la nostra storia, ci torneremo in seguito...

Stando al rapporto degli edili CGIL del novembre 2008 – l'ultimo che sono riuscito a trovare – gli alloggi di edilizia sociale disponibili sono circa 950.000, a fronte di circa 2.500.000 famiglie (per cui il numero di “individui” come minimo raddoppia) che ne avrebbero pieno diritto.
L'articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita:

«Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà».
È importante a mio avviso che in questo articolo si elenchino anche diritti “minimi” come il diritto al vestiario (che potrebbe far anche ridere alle nostre latitudini), o come il diritto all'abitazione. Nella nostra Costituzione – nonostante nell'Assemblea Costituente ci fosse un ampia schiera di politici le cui ideologie sarebbero a favore del popolo – non c'è scritto niente di tutto questo. Si parla di inviolabilità di alcuni diritti (libertà personale, art.13; della corrispondenza, art.15); della tutela del lavoro (art.35); dell'iniziativa economica e della proprietà (artt.41 e 42) ma niente, un articolo in cui esplicitamente si faccia riferimento al “diritto al tetto” - per citare una canzone del gruppo milanese dei “Ministri” - proprio non c'è. D'accordo che, come dice qualcuno, la carta costituzionale è un “ferro vecchio” che andrebbe rivisto, ma per come la vedo io il diritto alla casa è – dopo i diritti personali - IL diritto per antonomasia, ancora prima del diritto al lavoro. Perché se ho una casa (in affitto o proprietà fa poca differenza) so dove tornare la sera, dopo una lunga giornata di lavoro o di ricerca di lavoro, e quindi poi essere presentabile il giorno dopo davanti al capoufficio o a chi mi dovrà fare il colloquio di lavoro; mentre se ho un lavoro – ma non una casa – potrò arrangiarmi momentaneamente da amici e parenti o affittare una camera in qualche alberghetto economico, ma non può essere certo una soluzione definitiva.

Più guardo a quello che per ora considero il mio paese solo perché ci sono nato, e più mi rendo conto che sta diventando un paese per soli ricchi. È di qualche giorno fa l'articolo – pubblicato su La Stampa – dell'università che sta ricreando differenziazioni di classe, (ri)divenendo accessibile sollo alla classe borghese, mandando in soffitta l'egualitarismo sancito dall'art.3 della Costituzione e l'educazione di massa che ogni paese che si definisce civile e democratico assicura (certo: bisogna anche vedere se l'Italia è un paese “civile e democratico” - cosa su cui nutro forti dubbi – ma questa è un'altra storia...).
Il problema abitativo, inerentemente alla c.d. “edilizia sociale” è un altro degli indicatori che il Paese sia destinato all'uso e consumo della sola classe ricca. Rispetto agli altri paesi, infatti, l'Italia registra una percentuale di alloggi popolari del 4%, quando paesi come l'Olanda (36%) e Gran Bretagna (22%) sono addirittura al di sopra della media comunitaria, che si attesta intorno al 20%. Ciò vuol dire che, se in media in Europa una casa su cinque è costruita sotto regime di edilizia sociale pubblica, in Italia il rapporto è di una su venticinque.
Tutto torna, se consideriamo che ormai da tempo la vera politica della classe dirigente che continuiamo a legittimare con il voto è quella del disinvestimento totale e della sudditanza a banche e potentati vari, veri o presunti che siano (basti ricordare il tifo di alcuni dei principali esponenti dell'allora maggior partito di sinistra ai tempi della scalata alle banche dei c.d. “furbetti del quartierino”).

Ci sono due problemi, in ambito abitativo, da dover risolvere a stretto giro di posta, almeno rimanendo sul fronte dei compiti di uno Stato democratico (almeno sulla carta): poca edilizia destinata alle classi medio-piccole e – di contro – molte case costruite ma che risultano vuote. Insomma: tra le politiche sociali – altra cosa dismessa dalla classe politica – bisogna ricominciare ad inglobare anche l'edilizia economica e popolare.

Ma torniamo alla giovane coppia della nostra storia...
Li avevamo lasciati di fronte alla domanda per l'assegnazione di una casa popolare. Già: ma come si fa? E quali requisiti ci vogliono? E poi, domanda delle domande: in base a cosa dovrebbero scegliere proprio loro e non una delle tante, tantissime famiglie in condizioni simili o peggiori delle loro?

Stando al bando del comune in cui risiedono (prendo, riportandone i punti fondamentali, quello della città in cui risiedo – cioè Prato - anche se presumo i requisiti siano uguali per tutti i comuni), per l'assegnazione di un alloggio popolare può partecipare:
a) Chi sia in possesso della cittadinanza italiana o di uno stato aderente all'Unione Europea. Possono accedervi anche cittadini non europei in possesso di carta di soggiorno o di permesso almeno biennale; b) Chi abbia residenza anagrafica o presti attività lavorativa in uno dei Comuni della Provincia o chi ivi presterà servizio in nuovi insediamenti produttivi entro e non oltre l'anno in corso od il lavoratore emigrato all'estero che ha intenzione di tornare in Italia; c) Chi non risulti titolare di diritti di proprietà, usufrutto, uso ed abitazione su alloggio adeguato alle esigenze del nucleo familiare, nell'ambito territoriale a cui si riferisce il bando di concorso. Si considera “adeguato alle esigenze del nucleo familiare” un appartamento
  • non inferiore a 30 mq per una persona;
  • non inferiore a 45 mq per due persone;
  • non inferiore a 55 mq per tre persone;
  • non inferiore a 65 mq per quattro persone;
  • non inferiore a 75 mq per cinque persone;
  • non inferiore a 95 mq per sei o più persone.
d) Chi non risulti titolare di diritti di cui al punto c) su uno o più alloggi, anche sfitti o concessi a terzi, ubicati in qualsiasi località il cui valore catastale complessivo risulti uguale o superiore al valore catastale di un alloggio adeguato del comune di residenza o di quello per il quale si concorre; [questo vuol dire – tradotto dal burocratese – che per fare richiesta non bisogna avere un'altra casa “adeguata” da nessuna parte]; (...) f) chi fruisca di un reddito annuo complessivo – ergo inteso del nucleo familiare in toto – non superiore a € 13.615,00 (cioè il limite massimo per l'accesso all'edilizia sovvenzionata); [nel nostro caso: 800x12=9600,00 quindi la nostra coppia rientra anche nel parametro f)]
L'ammissione al bando, però, sembra essere la cosa più semplice. Dopo il bando, infatti, c'è l'assegnazione del punteggio (anche in questo caso riprendo i dati del Comune di Prato), in pratica una vera e propria lotteria: A) Condizioni Soggettive a. Reddito pro-capite:
  • non superiore all'importo annuo di una pensione sociale per persona (per il 2008 € 395,59.): punti 2;
  • non superiore all'importo annuo di una pensione minima I.N.P.S. (per il 2009 € 458,20 )per persona: punti 1;
a-2. Richiedente che abbia superato il 65° anno di età alla data di pubblicazione del bando, anche con eventuali minori a carico, o maggiorenni di cui al successivo punto a-4: punti 1; a-3. Famiglia con anzianità di formazione non superiore a due anni alla data di pubblicazione del bando e famiglia la cui costituzione è prevista entro il termine massimo di un anno dalla stessa data, salvo revoca dell'assegnazione qualora la costituzione non avvenga entro il termine suddetto (il punteggio è attribuibile a condizione che nessuno dei componenti della coppia abbia superato il 35° anno di età e soltanto quando la famiglia viva in coabitazione, occupi locali a titolo precario, o comunque dimostri di non disporre di alcuna sistemazione alloggiativa adeguata): punti 1; a-4. Presenza nel nucleo familiare di soggetti che abbiano compiuto il 18° anno di età e che non abbiano superato il 65° anno di età alla data di pubblicazione del bando affetti da 8 menomazioni di qualsiasi genere che comportino una diminuzione permanente della capacità lavorativa, come risulta da certificato dell'autorità competente (nel caso di più soggetti di cui al presente punto si attribuiscono punti 2):
  • superiore a 2/3: punti 1;
  • pari al 100%: punti 2;
a-5. Cittadini italiani che rientrino in Italia per stabilirvi la propria residenza: punti 1; a-6. Canone di locazione, riferito all'anno precedente, che incida per oltre il 30% sul reddito prodotto nello stesso anno: punti 1; a-7. Richiedente in condizioni di pendolarità (a patto che la distanza sia superiore ad un'ora di percorrenza con i mezzi pubblici): punti 1; a-8. Richiedente il cui nucleo familiare (al momento della pubblicazione del bando) sia composto da cinque o più persone: punti 1; B) Condizioni Oggettive [non sono tra loro cumulabili] b-1. Situazione di grave disagio abitativo accertata da parte dell'autorità competente, esistente da almeno un anno alla data del bando, dovuta a:
  • residenza anagrafica in locale impropriamente adibito ad abitazione (baracche, stalle, soffitte, garages, dormitori pubblici, cantine, pensioni, alberghi e ogni altra unità immobiliare avente caratteristiche di assoluta e totale incompatibilità con la destinazione di abitazione): punti 5;
  • appartamento avente barriere architettoniche tali da determinare grave disagio abitativo, qualora nel nucleo familiare vi sia un componente inabile grave non deambulante: punti 1;
  • abitazione in un alloggio procurato a titolo precario dai servizi di assistenza del Comune: punti 3;
  • convivenza anagrafica in uno stesso alloggio con altro o più nuclei familiari, ciascuno composto da almeno due unità; tale condizione deve sussistere da almeno un anno al momento della pubblicazione del bando: punti 2;
b-2. Situazione di disagio abitativo esistente alla data di pubblicazione del bando e certificato della A.S.L. dovuta ad abitazione in alloggio sovraffollato, sotto il profilo igienico-sanitario, in rapporto ai vani utili (cioè tutti i vani dell'alloggio esclusa la cucina, purché essa sia inferiore a 14 mq. ed i servizi):
  • due persone a vano utile: punti 1;
  • oltre due persone a vano utile: punti 2;
  • oltre tre persone a vano utile: punti 3;
b-3. Richiedenti che abitino in alloggi che debbano essere rilasciati in seguito a:
  • provvedimento esecutivo di sfratto da alloggi di proprietà privata con specifica indicazione che lo stesso non sia stato intimato per inadempienza contrattuale (in quanto questa non dà diritto a punteggio);
  • provvedimento di separazione omologato dal tribunale o sentenza con l'obbligo di rilascio di alloggio;
  • ordinanza di sgombero;
  • verbale di conciliazione giudiziaria;
  • provvedimento di collocamento a riposo o di trasferimento di dipendente pubblico o privato che fruisca di alloggio di servizio;
  • preavviso di sfratto (art.608 c.p.c.) o notifica da parte della competente autorità della data di esecuzione di ordinanza, di sgombero, o del rilascio dell'alloggio di servizio: punti 1;
Tali condizioni non sono cumulabili con la condizione b-1. b-4. Antigenicità assoluta dell'alloggio certificata da parte dell'organo competente della A.S.L.: punti 2; se non assoluta: punti 1;

Per coltivare la speranza di un alloggio popolare la nostra coppia deve ottenere tra gli 8 e i 10 punti (che è il punteggio massimo), e ben si capisce in quali condizioni debba vivere la gente per ottenerli. Insomma: in questi casi bisogna essere fortunati anche ad essere abbastanza “poveri” da poter raggiungere un buon posto in classifica, altrimenti anche la casa popolare diventa un miraggio. Certo, non è detto che, una volta ottenuto un punteggio abbastanza alto, si ottenga automaticamente un alloggio di questo tipo – anzi, è molto molto difficile, basta guardare la puntata di Presa Diretta che ho proposto nel precedente post – e quindi si apre l'annoso capitolo di quelle che il sentire comune definisce come “occupazioni abusive” ma che, stando a quanto stabilito dal Tribunale di Foggia (per il quale l'occupazione non è reato se chi la compie versa in stato di bisogno in quanto «l'esigenza di un alloggio rientra tra i bisogni primari di una persona») ed alla luce delle peripezie che una famiglia deve fare per ottenere una casa “minima” a mio parere diventa l'esercizio di un diritto fondamentale: il diritto al tetto.

L'educazione di un artista


La droga fa male. Siamo nel 2010, terzo millennio inoltrato già da un po', e c'è ancora qualcuno che ad ogni “micro-scandalo” deve ribadire un concetto tanto ovvio.
L'ultimo “scandalo” si chiama Marco Castoldi, in arte Morgan, ex cantante dei Bluvertigo e giudice nel programma musicale X-Factor, il quale ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti in una recentissima intervista al mensile Max riguardo alla sua ormai ex partecipazione all'edizione di quest'anno del Festival di Sanremo. Ora: se nell'immediata vigilia della kermesse intervisti un personaggio come Morgan, cioè un personaggio che fa dell'essere sopra le righe una prerogativa della “maschera” pubblica, a volerla leggere malignamente è abbastanza evidente che si ricerca quel pizzico di pepe utile per far parlare di un festival divenuto ormai il reparto geriatrico della musica italiana (e per questo lontano – fatte salve alcune eccezioni – dalla cultura musicale dei giovani). L'anno scorso fu la volta di Povia, contro il quale si scagliarono – giustamente – gli organi di informazione per la sua “canzone” in cui affermava, in maniera anacronistica, che l'omosessualità sia una forma di malattia; quest'anno, non potendo tornare di nuovo sul cantante dei bambini “che facevano oh” - presente con una canzone sulla vicenda di Eluana Englaro – quei mezzi di pseudo-informazione in cui tutto passa come in un tritacarne, si sono buttati su Morgan.
Per quale motivo, però, onestamente faccio fatica a capirlo. Ha confermato di aver fatto uso di droga. E allora? Dov'è lo scandalo?

Morgan non è sicuramente né il primo né l'ultimo a fare uso di sostanze psicoalteranti, lo fanno abitualmente manager, top-model ed artisti in genere senza che nessuno muova un dito. Ci si scandalizza solo quando uno di questi personaggi esce dal coro e dice: «Ehy, io mi drogo!». Perché in questa società che mira alla perfezione di facciata puoi fare tutto quel che vuoi, anche – e soprattutto – ciò che è illecito, a patto che tu non ti metta in vetrina, perché in quel caso diventi la pecora nera, il cattivo maestro di cui se ne poteva fare a meno per citare la Ministra della Gioventù Giorgia Meloni, finalmente svegliata dalla catalessi in cui ha riposato sinora.

Perché in questo paese del perbenismo ad intermittenza se non fai la dichiarazione “anti-droga” rischi che ti mettano ai margini del sistema, e questo non è bello, in particolare se la tua carriera si basa sulla visibilità all'interno di quello stesso sistema. Attenzione, però: non sto facendo qui un “libera tutti”, nel senso che siccome lo fanno tutti è giusto che nessuno paghi, anzi.
Prendiamo però un altro caso “eclatante” e scandaloso: Kate Moss, le cui foto che la ritraevano nell'atto di assumere droga fecero il giro del mondo. «Scandalo!» si urlò a destra. «È vergognoso!» si ribatté a sinistra. Poi i riflettori su di lei si spensero ed oggi è una delle modelle più ricercate. E qui mi chiedo: considerando che anche lei non è certo stata un modello “educativo” per i giovani, perché è stata riabilitata? E non sono stati i giovani – quelli cui cui più avrebbero influenza personaggi come questi – a riportarla tra le stelle, bensì quello stesso sistema (in questo caso della moda) che, per accettarla e farla diventare da semplice ragazza britannica a “Kate Moss”, cioè una delle principali modelle a livello planetario, le ha “intimato” gli sbagli che ha fatto.
Un mito da sfatare è poi quello dell'artista rappresentato sempre come l'eroe positivo. Anche qui, di nuovo, la solita domanda: perché? Perché un artista non può permettersi di essere quel che è prima di indossare la maschera pubblica, cioè un essere umano e quindi, per definizione, animale sociale dedito all'errore?
E si dice che l'artista deve "educare", deve avere una funzione pedagogica, come fosse clausola inderogabilmente contenuta nei contratti che firma.
Non ci sono già la famiglia e la scuola (non sempre – o quasi mai – in quest'ordine) a ricoprire il ruolo di educatori verso i giovani?
Già, la famiglia: quella stessa istituzione in cui sempre più spesso i primi a ricoprire ruoli negativi sono proprio i genitori, cioè le prime figure investite della funzione pedagogica e che oggi, invece, sono spesso troppo presi dall'affermazione del proprio Io, della propria posizione nel mondo, incuranti di quel che sta loro intorno, in particolare di quei giovani che sono chiamati – o quantomeno sarebbero chiamati – a guidare almeno lungo il primo tratto di quell'incongruente percorso che è la vita.

Poi c'è la scuola. E qui si apre un capitolo a parte, che probabilmente meriterebbe trattazione esclusiva. Si è sempre detto che il principale compito dell'istituzione scolastica non sia tanto quello di insegnare una manciata di nozioni di matematica, storia o italiano a ragazzi che le dimenticheranno ben presto in quanto non viene loro insegnato come studiare (o quantomeno come farlo in maniera critica, cioè come si dovrebbe), proprio perché oggi la scuola ha perso quella preponderante peculiarità di formazione dell'individualità del singolo (studente), ucciso sull'altare della concezione “mercatista” che vuole l'istituto scolastico fucina di giovani braccia senza pretese. Io in questo senso mi ritengo un privilegiato, in quanto ho avuto la possibilità di avere docenti che hanno saputo solleticare la mia curiosità (presentandomi personaggi come Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André, dei quali mi sono innamorato successivamente – probabilmente perché a quel tempo non avevo la maturità “intellettuale” necessaria per comprenderli – ma che senza l'ausilio dei prof magari continuerei ad ignorare). Ma quel che mi chiedo anche e soprattutto alla luce della mia esperienza personale: oggi i docenti sono ancora capaci di assolvere la loro funzione educativa, oppure sono stati addestrati – in questo sia dalle politiche di destra che di sinistra – a creare quei “polli di allevamento” di cui sono piene le scuole oggi?

Ho gioco facile, qui, portando proprio ad esempio l'affaire Morgan: considerando che, in media, oggi sono più i giovani che sanno chi è Morgan di quelli che conoscono Socrate o i poemi omerici (per non parlare della Storia d'Italia, quella è ignota ai più) non sarebbe più stimolante, per un giovane, assistere ad una lezione sulla droga (ovviamente con l'ausilio di personale adeguatamente preparato), piuttosto che la “solita” lezione sui sistemi in matematica? Io credo di sì, anche perché in materie come questa, i giovani sono tutt'altro che gli angioletti sprovveduti e – per questo – traviabili dall'artista maledetto di turno.
Ma qui sorgerebbe probabilmente un altro problema: il perbenismo di facciata della nostra società saprebbe accettare lezioni tanto “sovversive” o si trincererebbe dietro al rispetto di programmi di insegnamento usati già ai tempi della Riforma luterana?