La fatwa leghista

«E dì alle credenti di abbassare e custodire il loro pudore; e di non mostrare i loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare».

[Corano (24:31)]

«O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso»
[Corano (33:59)]

Dovrebbero essere questi i “versetti malefici”, quelli secondo i quali l'uso del burqa deriverebbe da obbligo religioso. Se solo il burqa avesse qualcosa a che fare con la religione, naturalmente.

Non conosco molto la cultura islamica, tanto meno quella derivante dalla religione, ma informandomi in questi giorni una cosa mi è chiara: l'uso del velo non ha niente a che fare con la religione, ma è – di contro – libera scelta della donna.
L'unico limite che viene imposto è – come recitano i versetti del Corano su esposti – che la donna abbia un certo pudore di fronte a uomini sconosciuti, o comunque non appartenenti alla famiglia. Io non ci vedo niente di particolarmente folle, anzi. È come se per noi occidentali – sapete no? Quegli strani soggetti che si riempiono la bocca di parole come “libero arbitrio” e cose simili – fosse la cosa più normale del mondo andare a casa di uno sconosciuto e trovare le donne di casa che girano completamente nude anche in presenza di sconosciuti. Credo che chiunque si sentirebbe a disagio e avrebbe qualcosa da ridire. Ma su questo aspetto ci tornerò in seguito.
La materia del contendere nella laicissima Francia – evito di citare il caso italiano, perché come al solito noi ci mostriamo ancora una volta per quel che siamo: l'inutilità fatta identità nazionale – riguarda, appunto, l'aspetto religioso. Ed in Francia ha anche un certo senso un discorso simile, considerando che per essere coerenti con l'idea di eliminare tutti i simboli religiosi sono stati eliminati anche i crocifissi, nonostante il numero di donne musulmane che portano il velo “integrale”, che sia il tanto vituperato burqa o il niqab (il velo con il quale si lasciano scoperti solo gli occhi), sia veramente infimo (un paio di migliaia di persone su un totale di circa 65 milioni di abitanti della République). C'è però una domanda alla quale non riesco a trovare risposta, se accetto l'idea che l'imposizione di questi veli sia di natura religiosa: se questa è un'imposizione che, da quel che ci dicono in tv e sui giornali, per la religione islamica vale come legge inderogabile, perché molte donne credenti non lo portano? Sono tutte peccatrici oppure c'è una diversa spiegazione? Non sarà che la nostra classe dirigente – non solo quella italiota – applica questo connubio solo in funzione islamofoba? Perché se così non fosse io l'unica risposta che riesco a darmi è sempre quella: le donne scelgono sia se coprirsi – cosa che allora mi fa propendere per una certa elasticità del dettame religioso islamico, sconosciuta ad altre religioni – sia come farlo, cioè se coprirsi solo i capelli (con l'hijab) oppure se coprirsi integralmente con burqa o niqab.

Io non sono un esperto di cultura islamica, anzi, non credo di essere esperto neanche della mia, ma siccome sono uno che adora ficcanasare nelle culture altrui, la prima cosa che mi colpisce è sicuramente la possibilità di differire nella scelta del velo:

  1. Hijab: deriva dalla radice araba h-j-b e significa nascondere allo sguardo, celare. Il campo semantico, dunque, è più ampio rispetto alla nostra traduzione di "velo" (un hijab può essere una tenda, una cortina, comunque qualunque cosa che, appunto, nasconda allo sguardo un qualcos'altro). Non è invenzione islamica, in quanto già nel mondo greco si poteva riscontrare l'usanza delle donne di coprirsi per uscire. Situazione familiare a tutta l'area mediterranea (di cui alcune reminiscenze ancora oggi le troviamo qui in Italia, soprattutto nel Sud, altro punto su cui tornerò in seguito...)
  2. Chador: termine che deriva dal persiano ciâdar (velo, mantello) consiste in un velo, generalmente di colore scuro, che lascia scoperti soltanto le mani ed il viso, capelli esclusi. Fu il segno esteriore più evidente della rivoluzione khomeinista in Iran (1978-1979), nonostante non fosse indumento particolarmente in voga, soprattutto negli ambienti della borghesia occidentalizzata. In Iran la sua re-introduzione (lo Scià Reza Pahlavi lo bandì infatti nel 1936 perché considerato incompatibile con l'ammodernamento - da leggersi più come "occidentalizzazione" - del paese) ebbe anche una forte connotazione politica: indossarlo, infatti, significava protestare contro i valori occidentali che lo Scià tentava di introdurre nel paese.
  3. Niqab: caratteristico dei paesi musulmani sunniti (cioè la quasi totalità dei paesi, i cui credenti si considerano l'ortodossia islamica, in quanto - secondo loro - veri depositari della "tradizione" del Profeta) quello "classico", come quello egiziano, è nero e pesante, costituito da un velo che copre la parte alta della testa ed un altro velo che copre i lineamenti del volto.
  4. Burqa: tipico della zona afghana, è costituito da una tunica che copre integralmente il corpo, lasciando la possibilità di intravedere attraverso una retina posizionata all'altezza degli occhi. Sicuramente il velo più controverso, viene introdotto all'inizio del '900 durante il regno di Habibullah, che impose questo particolare indumento per evitare che gli uomini potessero avere tentazioni con le 200 donne del suo harem.

Dovremmo aver capito a questo punto, che il velarsi – oltre a non essere invenzione islamica – è un modo per difendere la donna da possibili “sguardi indiscreti”, e proprio evidenziando questo termine – “sguardo” - si può capire l'utilità della retina sugli occhi: a noi viene detto come si vive dentro un burqa in questi giorni, con patetici tentativi di spiegare una consuetudine di una cultura non nostra senza raccontarci anche il contesto che ha permesso a quella cultura di arrivare a quella particolare tradizione. Evitiamo ipocrisie: a quanti maschi – di quelli che ancora credono alla figura del “macho”, dell'uomo padrone sulla donna – farebbe comodo “burqare” le proprie donne, così da essere gli unici a poterle vedere? Si eviterebbe, ad esempio, di andare in giro e fare scenate di gelosia per uno sguardo scambiato tra lei ed i passanti di sesso maschile. Ed ecco spiegato il motivo della retina: evitare giochi di seduzione attraverso lo sguardo! Vi sembra ancora così “strano”, alla luce di ciò?

Riprendo i due punti lasciati in sospeso fin qui: il concetto stesso di velarsi come forma di rispetto (per le credenti islamiche il rispetto verso Allah) a noi non è così sconosciuto: quante donne, in particolare le signore anziane, hanno la consuetudine di velarsi il capo durante i funerali o le messe per portare rispetto al defunto o al dio in cui credono? Al Nord forse non è più così, ma se come me venite dal meridione ve ne potreste tranquillamente rendere conto. Credo sia qualcosa legato al pudore – verso uno sconosciuto o verso una divinità, qualunque essa sia – questa di mostrare il rispetto attraverso l'atto di coprire il proprio corpo.
Per cui se dobbiamo davvero leggere tutta la diatriba in chiave religiosa, io – non credente – non ci vedo niente di così deplorevole in un atto simile ma, di contro, ci vedo il palesarsi di una forte religiosità, se poi ci si rivolga a Dio, Allah o ad altri è solo una questione puramente geografica.

Il caso. Lei si chiama Mahinur Öezdemir, è una ragazza islamica come tante altre, una che – come tante altre – porta l' hijab. Ha una particolarità però: è membro del Parlamento Regionale di Bruxelles e si è presentata alla seduta inaugurale della sua assemblea a capo coperto, giurando di rispettare la costituzione (come da prassi) senza che ciò scatenasse interrogazioni parlamentari di alcun tipo. Lo stato belga si dichiara neutrale in ambito religioso, ma naturalmente il dibattito è apertissimo. Non so se le sarebbe stato permesso di entrare con il velo nel Parlamento francese, so per certo che in Italia se ne sarebbe dibattuto perlomeno da un mese prima dell'evento, con le solite bordate del partito dei “filo-parrocchia” - quelli cioè, come la Binetti, che si fanno comandare dal Vaticano anche con quale piede alzarsi la mattina - che non fanno altro che fare esattamente quel che denunciano sia fatto dagli “altri” (da intendersi come “quelli brutti, sporchi, cattivi e stupratori degli arabi”). Forse non ce ne accorgiamo, troppo presi dal capire se i capelli di Berlusconi sono veri o fasulli o intenti a dibattere sull'opportunità di Noemi Letizia di andare in televisione (ma non vi sentite ridicoli ad andare appresso a queste cazzate?), ma questo partito, quello stesso che tempo fa apostrofò come “assassino” Beppino Englaro che chiedeva solo il fine pena per una figlia che soffriva da 17 anni (ma nel paese dell'ergastolo – cioè del fine pena mai - è logico che si applichi il concetto anche in altri ambiti...) è un partito ben più forte di PdL, Pd, Udc messi insieme. Possibile che non ve ne rendiate conto? Non so in Francia, ma conoscendo il mio paese, potrei quasi dar per certo che la questione burqa sia stata utilizzata in chiave ideologica non solo dalla Lega (secondo la quale saremmo di fronte all'inizio di una nuova dominazione islamica...) ma anche, e soprattutto, dal Vaticano, cioè dal vero governo di questo paese.

«È vietato l'uso di qualsiasi mezzo che non renda visibile l'intero volto, in luogo pubblico o aperto al pubblico, inclusi gli indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa

». Questo dovrebbe essere il testo della fatwa leghista (per chi non lo sapesse: con il termine fatwa si definisce, nella cultura islamica, il decreto di carattere religioso promulgato dai dotti islamici, che regola questioni di attualità) voluta da Roberto Cota, Manuela Dal Lago e Carolina Lussana della Lega Nord – d'accordo, non proprio dei “dotti” e tantomeno islamici – a modifica dell'art.5 della legge 152 del 1975, che vieta(va?) l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento di una persona senza giustificato motivo.
Secondo Lussana poi, oltre a garantire l'egualitarismo nel rispetto della legge nazionale, questa norma servirà per fronteggiare la minaccia terroristica della jihad islamica. Perché tutti sappiamo che il vero problema del terrorismo di alcuni movimenti arabi (che in occidente viene opportunamente identificato con un fantomatico terrorismo di matrice religiosa) non sono i kamikaze (e chi li rifornisce, solitamente industrie o multinazionali che producono armi qui in Occidente...); nossignore: il vero problema del terrorismo è il velo! Quindi rendendo illegale il velo in Italia e in Francia avremo debellato il problema terroristico! Per cui io invito gentilmente tutte le donne islamiche in questi due paesi a spogliarsi – letteralmente – di questo orpello religioso, così i grandi paesi ricchi potranno far rientrare a casa i militari inviati in Afghanistan ed in Iraq per esportare la democrazia! Quasi me ne dimenticavo: dovrebbero rientrare anche le imprese che sono in quei paesi per rubare risorse come il petrolio o l'oppio, naturalmente.
Una multa che può arrivare fino a 2 mila euro e la carcerazione fino a 2 anni: è questa la pena comminata dal trittico di verde vestito qualora si trovasse qualcuno in flagranza di reato. Come al solito in Italia si mandano in carcere i “poveracci”, i “ladri di galline” e si lasciano liberi i veri criminali (liberi ovviamente di fare i parlamentari, leggasi caso Cosentino).

Come funziona negli altri paesi europei. In Italia e Francia abbiamo già visto – più o meno – che aria tira in merito al divieto del burqa. E negli altri paesi? In Belgio, come accennato prima, non esistono leggi di carattere nazionale che regolino la questione, ma si fa spesso appello ad ordinanze locali indirizzate lungo la via repressiva. Stesso dicasi per l'Olanda e la Danimarca, improntate però più su un divieto relegato al campo del settore pubblico. Spicca invece la Gran Bretagna che ha affermato di non avere intenzione di legiferare in materia, demandando la decisione ai direttori delle scuole (che ovviamente possono “legiferare” solo per quanto riguarda la vita all'interno degli istituti scolastici che sono chiamati a guidare).

Si calca molto la mano, in Italia, sul problema “sicurezza”, adducendo la tesi che sotto il burqa o il niqab, non riuscendo a vedere, si potrebbe nascondere una bomba o qualche arma. Preoccupazione legittima, se quegli abiti fossero “pelle”, fosse cioè impossibile toglierli. Come ho avuto modo di appurare in questi giorni seguendo vari dibattiti – sia in televisione che sulla carta stampata – il precetto di velarsi impone anche, qualora richiesto da un'autorità, di svelare il proprio viso, per cui nel caso di donna “burqata”, sarebbe semplice appurare se, ad esempio, l'identità dei documenti corrisponda all'identità di chi li presenta: basterebbe chiederglielo! Ma naturalmente fa più comodo far passare l'idea che lì sotto, sotto quei tessuti, ci siano schiere e schiere di donne kamikaze. «Chi me lo dice che c'ha sotto?» si chiede l'uomo della strada dopo aver opportunamente squadrato l'”E.T.”di turno. Domanda che non sarebbe neanche immaginabile se la nostra retriva cultura non fosse fondata sul sospetto verso tutto ciò che è “diverso” (e qui si aprirebbe una questione che non è il caso di aprire in questa sede). Alla luce di quanto ci ha mostrato una giornalista di Repubblica che ha girato per Milano con il burqa io mi chiedo se passi più inosservata una donna vestita alla maniera islamica oppure una donna con minigonna e borsetta (utilizzando lo stesso metro di giudizio di chi chiede cosa c'è sotto al burqa ci si potrebbe chiedere quali armi possa contenere la borsa di una ragazza, che spesso assomiglia più alle tasche senza fondo di Eta Beta).

È tutta una questione culturale. E nell'asserire ciò trovo inaspettata sponda nel think thank di Gianfranco Fini, cioè la Fondazione FareFuturo che sul suo magazine qualche giorno fa definiva che è giusto proibire l'utilizzo del burqa – d'altronde stiamo sempre parlando di un organo di destra/centro-destra – ma non è con l'imposizione (o con la repressione) che si risolve un problema che è prima di tutto di natura culturale.
Ammettiamo per un attimo che il velo non sia legato alla sfera del libero arbitrio della donna ma ad un'imposizione puramente culturale che deve essere modernizzata. Con quale modello culturale dovremmo modernizzarlo o – meglio ancora – sostituirlo?
Scriveva bene Lidia Ravera ieri su L'Unità: «(...)se vogliono stare nei nostri civilissimi Paesi che si mettano anche loro minigonna e push-up, mostrino il culo, mostrino il seno, come facciamo noi, che abbiamo conquistato la libertà di farci valutare al primo sguardo. Noi sì che sappiamo come si trattano le donne. Diamo "Pari Opportunità" alle immigrate. Vietiamo loro di essere diverse da noi.(...)Tutte velate, vuole la Legge Coranica. Tutte svelate, vuole la Legge Italica. Le donne immigrate nel nostro Paese (...)non devono passare dalla tutela dei khomeinisti a quella dei Leghisti, dalla persecuzione dell'integralismo islamico a quella della presunta superiorità morale occidentale».

Una giustificazione – a mio parere di pura matrice razzista – in merito al divieto di burqa è che siccome noi, quando andiamo nei loro paesi, dobbiamo coprirci (o comunque sottostare alle loro leggi) quando loro vengono da noi devono sottostare alle nostre. Ma se è così fastidiosa questa imposizione nel dover cambiare abitudini andando in giro “troppo coperte” non sarà il caso di rimanere tranquillamente a casa propria, essendo evidentemente capaci di sottostare esclusivamente alla propria cultura di appartenenza e non ad altre? Se considerassimo anche solo per un istante l'idea che la nostra cultura non è né la cultura dominante nel mondo tantomeno la migliore, potremmo iniziare a considerare l'esperienza di una donna che ci ha raccontato quello stesso mondo islamico osservando con molto rispetto quella cultura senza che eventuali fastidi si evincessero dai servizi che inviava in Italia. Mi riferisco ad Ilaria Alpi, di cui ho una nitidissima immagine – vista in qualche video su internet – di uno dei suoi tanti viaggi in Somalia a parlare con le donne, quelle donne che spesso aveva raccontato al Tg3, con il velo bianco in testa, proprio a testimoniare il grande rispetto che aveva nei confronti di una cultura che magari non condivideva in pieno – penso ai suoi servizi sulle mutilazioni genitali femminili – ma che sicuramente rispettava. Perché a differenza di gran parte di noi lei non aveva quella spocchia imperialista per cui la nostra cultura doveva essere la cultura nella quale non esisteva, e non esiste, uno spazio per una visione diversa.

Ed a proposito di visioni, mi chiedo perché tutte le donne che oggi si dichiarano contrarie al burqa non proferiscano parola di fronte alla nostra, di cultura. Di fronte cioè ad una cultura machista per la quale spesso il concetto di donna è ancora quello di donna-oggetto, per cui ci scandalizziamo se una donna è troppo coperta, ma non diciamo nulla di fronte ad una sfilata di intimo, anche se vediamo sfilare ragazze la cui maggiore età è spesso lontana dal venire.
È questa la libertà che vogliamo dare a queste donne? Vogliamo dar loro la libertà di essere squadrate da testa a piedi, indipendentemente dalle loro abilità intellettive? Vogliamo davvero che l'unica identità sociale, qui nel “buono e giusto” Occidente, derivi loro solo dal mostrare, dall'ostentare ogni minimo particolare del loro corpo? È davvero “libertà” questa? Diciamo spesso che l'imposizione islamica del burqa è una cosa “da bestie” (parola che in questo periodo stiamo iniziando ad utilizzare troppo spesso, forse perché ci sentiamo tali e dobbiamo accusare gli altri per sentirci migliori) ma qual'è la differenza con una cultura – la nostra – nella quale il valore di una ragazza viene misurato solo sul piano fisico, e per questo la si addestra ad una missione che durerà tutta la vita tramite diete e consimili (per non parlare delle modifiche per via chirurgica), cioè piacere agli uomini? Non è anche questo, in qualche modo, imporre un “burqa”, una “divisa” alle donne?

Da questo lato del mondo – agli antipodi del burqa, per citare un'interessante trasmissione di Alessandro Sortinola cittadinanza di un corpo passa sempre e solo per la sua esibizione e quindi coprirlo per scelta, forse, altro non è che il tentativo di farsi giudicare non per il proprio fisico, ma solo per la propria interiorità. Cosa che anche noi, qui nel giusto mondo occidentale dovremmo imparare a fare.

La mia personalissima commemorazione dell'Olocausto...Palestinese

ragazzo palestinese marchiato dagli israeliani con la stella di Davide, esattamente come i nazisti marchiavano gli ebrei nei campi di concentramento

È vero che le colpe dei figli non possono ricadere sui padri, ma come la mettiamo quando i padri passano alla storia come vittime ed i loro figli si trasformano in carnefici?
Seguendo la storia “ufficiale” oggi dovrebbe essere il Giorno della Memoria, il giorno in cui tutti – in alcuni casi in maniera decisamente ipocrita - ci ricordiamo dell'uccisione di 6 milioni di persone per la follia di un manipolo di altre persone, esseri che qualcuno definisce "umani". Espressione poetica e suggestiva, direbbe Gaber.
Da domani, però, rimetteremo questo nostro abito (inteso come habitus, alla maniera di Pierre Bourdieu) nell'armadio, per tirarlo fuori nuovamente, bello e pulito, tra un anno esatto.
Io però non ci riesco. Non ci riesco a versare lacrime - vere o meno è indifferente - se penso che oggi, assistiamo quotidianamente al genocidio perpetrato da coloro che direttamente discendono da quegli uomini, da quelle donne, e nessuno si scompone se i discendenti di chi entrò nelle camere a gas, di chi subì Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald oggi squartano i loro nemici per usarli come "pezzi di ricambio", usano armi rese illegali da trattati internazionali che il più delle volte valgono per quel che sono: fogli di carta su cui ognuno, a seconda dell'interesse personale, legge solo quel che gli interessa leggere.
Certo, i numeri tra il genocidio perpetrato nella Germani di Hitler e quelli dell'Olocausto Palestinese non sono neanche lontanamente paragonabili, e – tantomeno – quella cosa strana chiamata “comunità internazionale” dà lo stesso peso ai morti per mano sionista e per mano tedesca, perché si sa che la Storia ufficiale - non quella vera, quella che è effettivamente successa ma quella scritta dai vincitori - ci dice che per le deportazioni naziste bisogna rattristarsi e “ricordare”. Per i morti palestinesi, beh...vedremo poi.

Super Santos clandestini

Com'era bello giocare a pallone quando si era bambini. Quelle partite che iniziavano la mattina e terminavano – quando terminavano, visto che c'erano sempre contestazioni degne de “Il processo di Biscardi” - la sera, quando ormai nemmeno le luci della piazzetta riuscivano più a stare dietro a quelle ombre che, in un quadrato d'asfalto, in un giardinetto con quattro fili d'erba giocavano a fare i calciatori importanti, dove uno spazio tra quattro motorini, un paio di macchine e qualche finestra (che il più delle volte finiva in frantumi, per la gioia di chi doveva ripararla) diventava San Siro, il Maracanà, il Camp Nou o il Bernabeu, abitati da un imprecisato numero di Roberto Carlos – che quando ero piccolo io andava per la maggiore – Raul, Rivaldo, Kluivert, Christian Vieri o Del Piero (chissà se il n°10 juventino è ancora di moda o è stato sostituito da Messi e Cristiano Ronaldo...).
C'erano due regole, quando ci giocavo io, diciamo dieci, quindici anni fa: i brocchi in porta e chi faceva andare il pallone fuori campo (che fosse su un balcone, in mezzo alla strada o in qualunque altro posto era indifferente) se lo andava a riprendere. Già, il pallone.
All'inizio era il “famigerato” Super Santos, quel pallone con cui era inutile escogitare traiettorie di tiro: tu pensavi di tirare a destra e quello, puntualmente, come per una strana forma di antipatia nei tuoi confronti, se ne andava a sinistra. Credo sia stato l'incubo per una generazione intera di giovani palloni d'oro in erba, quel pallone. Fortunatamente poi capirono che era l'ideale per giocarci a pallavolo e a noi maschietti veniva comprato il pallone di cuoio, quello che automaticamente ti dava la “promozione” tra i grandi. Una sorta di passaggio in serie A in pratica. C'erano due cose che contavano, quando si giocava a pallone da piccoli: se – come me – venivi da una scuola calcio, cosa che automaticamente ti faceva diventare uno dei giocatori più forti, anche se non eri capace di fare tre palleggi in fila, e inventarsi le prodezze (le “mosse alla brasiliana” le chiamavamo noi) per impressionare la ragazzina che ti piaceva, perché nonostante non ci fossero spalti e ogni spettatore rischiava la vita a guardare una partita di strada, c'era sempre qualcuno che veniva a fare il tifo, e quando non c'era solitamente si costringevano le ragazze del gruppo a fare le clacque.
Credo funzioni ancora così, in quel gioco universale che è il calcio. Da Eusebio a Cristiano Ronaldo passando per Stefan Schwoch (giocatore che fece felici i tifosi del Napoli alcuni anni fa e che per molto tempo divenne il mio alter-ego su quei campi d'asfalto e pietre che frequentavo d'estate.

Ecco perché, questa volta, ha ragione Brunetta


«Perché la destra spopola in Italia?»
Quante volte abbiamo proferito, noi popolo di sinistra, extra-sinistra,preudo- e proto-sinistra, o ci siamo sentiti domandare questo? Non so voi, ma io l'ho sentita parecchie volte, e mai una volta che fossi riuscito a rispondere. Almeno fino ad oggi.
La risposta che inizia a balenarmi in testa è che oggi, in Italia, l'”emisfero di destra” abbia una marcia in più rispetto all'”emisfero di sinistra”. Semplicemente.
Non è uno spostamento a destra, il mio. È semplicemente una constatazione. Perché oggi l'humus socio-culturale in cui si muove un “destrorso” mi sembra abbia qualcosa in più da dire rispetto a quello di una persona che si rifà alla sinistra, indipendentemente da quali ne siano le appartenenze partitiche e le sfaccettature ideologiche.

Questo mi deriva innanzitutto da una constatazione in qualche modo storica, derivante dal fatto che oggi, periodo in cui domina la destra, la situazione partitica sia speculare a quello che io individuo come il periodo di maggior successo della sinistra: gli anni '70, o comunque il periodo legato agli anni della contestazione, croce e delizia di questo paese non si sa da e per quanto tempo.
In quel periodo, a sinistra c'era il Partito Comunista, e a sinistra del PC

Following the (Opinion)Leader

Avete presente quando siete alla ricerca di qualcosa e poi, per puro caso, trovate un'altra cosa che vi fa dimenticare quel che stavate cercando per dedicarvi “anima e corpo” a quella trovata? Ecco, questo post nasce esattamente in questo modo. Nasce da una fotografia, trovata in rete, che, come potete vedere

ritrae Beppe Grillo ed Antonio Di Pietro in compagnia di alcuni blogger che si dichiarano liberi. A me era parso strano quell'accomunamento, perché mi chiedevo cosa potessero avere da spartire questi blogger con chi sappiamo non essere libero come invece dice di essere (e non mi riferisco certo alla notizia, uscita di recente, di una certa “simpatia” della CIA per Antonio Di Pietro sul quale evito ogni commento, perché se fosse vero vorrebbe dire che la CIA non sa veramente più a cosa aggrapparsi).
C'è stata poi un'altra constatazione degli ultimi giorni che mi ha spinto a scrivere. Come sapete sta iniziando la campagna elettorale per le elezioni regionali, e due candidature che mi hanno colpito sono state quelle di Giulio Cavalli, l'attore teatrale milanese considerato la nuova voce anti-mafia, e quella, per ora ancora al livello dei “si dice”, di Claudio Messora, il blogger (http://www.byoblu.com/) che vedete a sinistra nella foto.
Quel che mi aveva colpito è che ambedue si candiderebbero in quota Italia dei Valori, il partito dell'ex pm di Mani Pulite a cui strizzano l'occhio sia Beppe Grillo che Marco Travaglio. Da questa constatazione mi sorgeva una domanda: «Possibile che in questo Paese l'opposizione al governo debba essere lasciata a Di Pietro ed al suo partito?» Diciamo che la cosa mi puzzava parecchio, e quel che mi era venuto in mente, e che non ho trovato, è stato fare qualche piccola ricerca sulle eventuali connivenze tra i blogger principali – come sicuramente lo sono Messora e Piero Ricca, l'uomo all'estrema destra della foto – e la Casaleggio Associati, l'azienda che tiene in mano i destini del Triumvirato del Dissenso Di Pietro-Grillo-Travaglio, che ormai evidentemente vendono in offerta speciale: prendi 3 paghi 1. Quel che ho trovato, però, è decisamente più interessante e fa apparire i tre un problema che definire infimo equivale già a dargli importanza.

Per capire di cosa parlo dobbiamo partire dal concetto di cliente. Per cui prendo il mio fidato Zingarelli 2007 e leggo: «[vc. dotta, lat. cliĕnte(m), di etim. incerta, sec. XIV] s.m. e f. 1. Chi compie i propri acquisti presso un determinato negozio, o frequenta abitualmente un bar, un ristorante, un albergo e sim; Chi si serve abitualmente dell'opera di un professionista (...)».

Ecco: “chi si serve abitualmente dell'opera di un professionista”. Il “professionista”, in questa nostra storia, è proprio la Casaleggio Associati, che viene costituita il 22 gennaio 2004 a Milano da cinque persone: i fratelli Gianroberto e Davide Casaleggio, Mario Bucchich, Luca Eleuteri ed Enrico Sassoon con l'obiettivo – come recita il sito – di “sviluppare in Italia una cultura della Rete attraverso studi originali, consulenza strategica, articoli, libri, newsletter, seminari e con la creazione di gruppi di pensiero e di orientamento”.
Già qui, al lettore attento, dovrebbe sorgere il primo interrogativo: cosa intendono per “creazione di gruppi di pensiero e di orientamento”? In realtà potrebbe voler dire tutto e niente. Potrebbe significare mettere a conoscenza le persone, in maniera obiettiva, di quali sono i vantaggi dell'utilizzo della Rete, ma potrebbe anche voler dire veicolare l'opinione di pesone che con la rete non hanno mai avuto niente a che fare per altri scopi. Insomma: in ambedue i casi l'intento della C.A. è quello di ergersi come opinion leader nel settore (o forse sarebbe meglio utilizzare la dicitura opinion maker, ma questo – in questa sede – non è poi così rilevante). Molte persone ormai conoscono i rapporti tra Di Pietro, Grillo, Travaglio e la Casaleggio Associati, ma forse pochi sanno chi sono i cinque proprietari dell'azienda:

Ad eccezione di Davide Casaleggio, gli altri quattro appartengono alla Webegg S.p.A., un gruppo multidisciplinare per la consulenza delle aziende in rete controllata per il 59,8% da I.T.Telecom S.p.A., una delle tante controllate di Telecom (le famose scatole cinesi di cui la cronaca ci parlò ampiamente non molto tempo fa). Qui la seconda stranezza: chi cura l'immagine di Grillo proviene dalla Telecom – in modo diretto od indiretto, come vedremo a breve – che si ricorda ancora gli strali pro-piccolo azionariato del ragioniere genovese in una delle riunioni del Consiglio di Amministrazione, cosa che fece un po' di scalpore anche in televisione. Qui niente da dire, naturalmente. Beppe Grillo, il paladino dei deboli, difende i deboli. O forse no? Nella sua campagna contro il colosso della telefonia – che tra l'altro è anche l'unica azienda ad avere la possibilità di spiare telefonate, e-mail e fax su tutto il territorio nazionale – chiedeva ai piccoli azionisti la c.d. “share-action”, cioè la class action verso i grandi azionisti. Funziona così, detta in soldoni: i piccoli azionisti, che per definizione in singolo hanno poco potere nel C.d.A. E che – sempre per definizione – poco si interessano delle beghe amministrative della società, cedono le loro quote ad un unico azionista, nel nostro caso Grillo, che, se arrivato ad una percentuale abbastanza elevata, in quell'occasione avrebbe avuto persino la possibilità di diventare il nuovo azionista principale di Telecom! Non male come contraccolpo della sua difesa dei deboli! Quell'azione si inseriva nell'ambito della campagna contro i debiti della Telecom, debiti che però non riguardavano quello che allora era il Presidente Telecom – cioè Marco Tronchetti Provera – ma la gestione precedente, quella iniziata nel 1999 con l'Opa (offerta pubblica d'acquisto) lanciata dalla Olivetti di Roberto Colaninno, diventata una holding di telecomunicazioni. L'acquisto riesce, e passa dalle mani di Franco Bernabè, al duo Colaninno-Gnutti, solo che questa operazione crea una quantità infinita di debiti e, nel 2001, la Telecom viene ceduta alla Pirelli di Tronchetti Provera e a Benetton.
Cosa c'entrano la Telecom e l'Olivetti con la Casaleggio Associati?
In Olivetti lavora Gianroberto Casaleggio, che diventerà poi l'amministratore delegato di Webegg S.p.A., joint venture tra Finsiel ed Olivetti, che vende la sua quota – 50% - alla I.T.Telecom S.p.A. nel 2002.
Due anni dopo, come abbiamo visto, nasce ufficialmente la Casaleggio Associati, che vede come operazione di spicco il c.d. “progetto Prometeus” che, per farla breve, sembra una copia del film dei fratelli Wachowski “Matrix”, in quanto si teorizza una società in cui la fisicità della vita viene sostituita dalla virtualità delle macchine (con tanto di possibilità di vivere la vita degli altri, il commercio di memoria ed altre castronerie simili...). In pratica, secondo gli ispiratori di questa teoria, ognuno di noi dovrebbe abdicare la propria vita “fisica” per fare esattamente le stesse cose in un mondo completamente virtuale, il perché, francamente, non è dato sapere. Quel che mi dà da pensare, però, è un piccolo dettaglio: nel video di presentazione del progetto si reclamizza Second Life, il ripetitore virtuale di vita reale da qualche anno presente in rete, talmente reale da avere la disponibilità anche dei conti corrente “virtuali”. A cosa serve un conto corrente nel mondo virtuale? Forse a far ripulire i soldi ivi presenti – quelli credo poco virtuali – da abili hacker?
Ci sarebbero anche degli aspetti “esoterici” nel progetto – come il simbolo dell'occhio inscritto nella piramide, che è anche simbolo massonico – ma non credendo in streghe e stregoni, fattucchiere e/o in religioni mono- e politeiste lascio volentieri questo aspetto a chi ne è più appassionato del sottoscritto.

Per la sua defisicizzazione della realtà, la Casaleggio Associati si “arma” di un capitale sociale di soli 10.000 euro, un po' pochini per le sue mire. C'è però una particolarità: la Casaleggio Associati viene creata nel gennaio 2004. Il 1° dicembre dello stesso anno viene ufficializzata la sua partnership con la Enamics, una società statunitense leader del Business Technology Management che, tra i suoi clienti, ne elenca uno molto particolare: la JP Morgan, uno degli istituti bancari più grandi del mondo coinvolta nella frode da 600 milioni di euro comminata dal 1999 al 2003, insieme ad altri istituti bancari nei confronti dei contribuenti italiani (scandalo di cui Grillo non si è mai occupato...). La JP Morgan è di proprietà della famiglia Rockefeller, una delle famiglie che hanno nelle proprie mani – così come ci viene detto da Paolo Barnard in “Capire il Potere” - il vero Potere mondiale (Commissione Trilaterale/Gruppo Bilderberg...). Sarà forse un caso che da qualche anno, più o meno da quando si fa aiutare dalla Casaleggio Associati, Grillo non se la prende più con le banche? Ed è solo un caso – uno di quei casi molto strani, uno di quei casi “all'italiana” si potrebbe dire – che il progetto principale della Casaleggio si chiami Prometeus e che la statua del titano che rubò il fuoco agli dei per restituirlo agli uomini campeggi davanti all'ingresso del Rockefeller Center a New York? A voler pensare male, o a fare il classico “2+2” - dipende dai punti di vista – si potrebbe sostenere che la Casaleggio non è nata e poi si è consociata alla Enamics, ma è nata per consociarsi alla Enamics. E ciò cambierebbe decisamente il quadro della faccenda (e il comunicato stampa che recita: «Casaleggio Associati ha stabilito con Enamics una partnership strategica sposando i principi del BTM e promuovendo la sua diffusione in Italia attraverso consulenza, prodotti e formazione» mi fa propendere più per la seconda ipotesi).
Altra partner – alla quale la Casaleggio non fa mistero di ispirarsi – è The Bivings Grup: azienda leader nel social network e nel web marketing che per mezzo della rete manipola l'opinione pubblica, utilizzando falsi cittadini e finte associazioni (i meetup?) al fine di promuovere gli interessi di una clientela che risponde a nomi quali Monsanto – detentrice dei brevetti sugli OGM – Philip Morris o BP Amoco (industria petrolifera responsabile di disastri ambientali, come la costruzione dell'oleodotto Sebei-Lanzhou, 953 km di violazione dei diritti umani sul suolo tibetano).

In tutto questo, capite bene, la figura di Grillo – così come quella di Di Pietro – viene completamente ridimensionata, perché è evidente che, con una potenza economico-mediatica di questo tipo, per la Casaleggio Associati Grillo, Di Pietro,Travaglio&Co. diventano solo – per citare la teoria comunicativa di Erwing Goffman - “animatori” e non “autori” nella diffusione del messaggio. Anche perché sempre più forte inizia ad essere il movimento “contro” Grillo e il grillismo, che muove proprio dalle incongruenze tra ciò che dice e ciò che fa l'ormai ex-comico genovese. Basti pensare al fatto che, pur definendo la rete come il mezzo che rivoluzionerà il mondo, non si è mai visto, nella storia dei blog italiani, un commento di Grillo, né sul suo né su blog altrui, oppure come l'affaire “vendita energia” che, come dice Chicco Testa – ex amministratore delegato Enel – è un po' diversa da quel che ci racconta Grillo. A gennaio 2006, poi, sul suo sito compare un rapporto nel quale si dice che ben presto l'informazione cartacea sarebbe stata soppiantata da quella telematica. Dopo 4 anni io continuo a vedere una florida scelta di quotidiani (anzi, nell'ultimo periodo ne è stato creato uno proprio dal suo amico Travaglio...), rapporto redatto dalla stessa Casaleggio Associati, e che quindi porta la validità – e l'obiettività – agli stessi livelli di quelli utilizzati da Brunetta per dire che ha eliminato l'assenteismo dalla Pubblica Amministrazione (e che vengono redatti dal ministero stesso).

A questo punto dovrebbe essere sorta una domanda: «Cosa succede quando un personaggio influente – un opinion leader ad esempio – dà un'informazione falsa e tendenziosa?» Che quella stessa informazione comincia a circolare. E se questa informazione, oltre a non essere vera, fa gli interessi di un gruppo di Potere (come la campagna pro-OGM della Monsanto, portata avanti proprio tramite quella The Bivings Group partner della Casaleggio Associati...)? Succede che quella che era una falsa notizia diventa una “realtà conclamata”, pur essendo completamente falsa. Che è poi esattamente il procedimento utilizzato da qualsiasi centro di Potere per non permettere alle persone di ragionare con la propria testa (ed in cui si inscrive anche il discorso legato alla censura della Rete, o comunque alla censura in generale...).

Già con questo ci sarebbe parecchio materiale sul quale riflettere. Ma, come si sa, i “colpi” migliori si sparano sempre alla fine. Per cui...

Abbiamo detto che i cinque “ragazzi” - come li definisce Grillo – della Casaleggio Associati hanno un passato più o meno vicino a Telecom. Oltre a Gianroberto Casaleggio, però, c'è un altro di loro che merita di essere presentato.

Enrico Sassoon, infatti, oltre ad essere uno dei cinque è anche il fondatore di Global Trends (http://www.globaltrends.it/chisiamo.html). Dal sito si legge: «(...)svolge attività di studio, ricerca e comunicazione in campo economico, manageriale e ambientale e si è progressivamente specializzata nella consulenza strategica e per la comunicazione nel settore dello sviluppo sostenibile. La Società elabora inoltre strategie di comunicazione e, grazie alle esperienze professionali maturate dai soci fondatori, ha sviluppato una specifica competenza in campo editoriale e multimediale. Cura quindi diversi strumenti di comunicazione per i propri clienti (magazine, newsletter, libri, Rapporti ambientali, Rapporti di sostenibilità, materiale di diffusione e promozione cartaceo e online)». Ecco che, come prima, torna il concetto di clienti e professionisti: ma sappiamo, dall'economia, che i clienti sono fondamentali per l'azienda, allo stesso livello di tecnologie, macchinari e know-how, in quanto influenzano l'azienda – e quindi il professionista – stesso.

Tra i clienti della Global Trends c'è l'American Chamber of Commerce in Italy (AmCham), un'organizzazione privata senza fini di lucro, affiliata alla Chamber of Commerce di Washington D.C. e facente parte dell'European Council of American Chambers of Commerce, organismo che tutela il libero scambio tra i paesi dell'Unione Europea e degli Usa, che equivale a dire “tutela dei diritti delle multinazionali senza se e senza ma”. Oltre a ciò la AmCham è uno dei principali lobbisti presenti alla Commissione Europea e che cura gli interessi di Microsoft – il cui vice presidente, Umberto Paolucci, è il n°1 della AmCham e che vede nel suo organigramma, alla voce “Presidente” proprio quell'Enrico Sassoon che cura, con la C.A. gli interessi mediatici di Grillo e compagnia bella.
Sassoon però non è l'unico italiano presente nella AmCham. Ci sono anche Cesare Romiti, presidente RCS (CorSera, L'Europeo) e Giuseppe Cattaneo (CEO di Pirelli Tyre Co., Ltd) che sono anche nell'esecutivo dell'Aspen Institute Italia. E qui si apre ancora un altro capitolo.

L'Aspen Institute, infatti, è un'associazione privata dedita alla discussione, approfondimento e scambio di conoscenze. Ne fa parte più o meno il gotha politico, economico e mediatico di questo paese (tra i nomi: Giuliano Amato, Lucia Annunziata, John Elkann, Gaetano Caltagirone, Giorgio Napolitano, Paolo Mieli, Fedele Confalonieri e tanti altri, tra cui anche aziende come Rai e Mediaset, Vodafone, Deutsche Bank, Intesa SanPaolo etc etc). Come vedete è un'associazione abbastanza “bipartisan”, per usare un termine molto di moda in questo periodo, ancor più se si considera che il Presidente è Giulio Tremonti, il suo n°2 Enrico Letta (tanto per continuare a parlare di “inciuci” particolari...)! Considerando che questo è l'organo che influenza e condiziona il dibattito politico-economico dell'Italia capite bene che tutte le discussioni tra governo ed opposizione appaiono per quel che sono: un semplice teatrino messo in scena per far credere ad ignari cittadini che esistano ancora differenze tra “destra” e “sinistra”, quando è ormai palese che entrambe – in Italia come nel resto del mondo – sono pilotate da interessi altri e più alti.

Al vertice dell'Aspen Institute si trovano molti personaggi appartenenti al gruppo Bilderberg, un'incontro non ufficiale di circa 130 personaggi tra i più influenti nel mondo economico, politico e bancario. Il suo compito è quello di decidere come muovere i fili delle marionette che vediamo quotidianamente ai tg e sui giornali, decidendo così la “vera” politica mondiale. Nomi “ufficiali” non ce ne sono, ma si sa per certo che ci sono le grandi famiglie mondiali (come Rockefeller e Rothschild, presente con il vice presidente della Rothschild Europe – ed ex a.d. Telecom, come abbiamo visto precedentemente – Franco Bernabè) e che almeno una volta vi hanno preso parte personalità come Romano Prodi, José Barroso, Timothy Geitner (attuale Segretario del Tesoro dell'amministrazione Obama), Henry Kissinger, Angela Merkel, Jean-Claude Trichet e tanti altri.

In tutto questo si situa anche l'introduzione del Trattato di Lisbona, la Costituzione degli Stati Uniti d'Europa che depaupera i cittadini europei anche di quel potere virtuale sulle “democrazie”, palesando invece come si venga a creare un governo europeo completamente illegittimo, proprio perché non votato dai suoi cittadini ma nominato dalle lobby e dai gruppi di Potere che abbiamo fin qui visto. Questo significa che noi cittadini diventiamo solo spettatori delle nostre vite sociali, potendo solo guardare passivamente alle decisione calate dall'alto dal Potere vero. Ci sarebbe una possibilità per tornare ad essere cittadini attivi e artefici delle nostre vite sociali (intese sia localmente che a livelli più alti, a livelli di nazioni), che si inizi a ragionare sull'utilità di uscire dalle grandi istituzioni sovranazionali, quali la N.A.T.O. - non devo certo essere io a spiegarvi di chi è il cucciolo da tenere in giardino – ed in particolare da questa Nuova Unione Europea, perché l'indipendenza dal Potere è possibile solo con l'autonomia totale dagli organi sovranazionali.
Tutto questo, però, non potrebbe prescindere da una forte campagna mediatica che porti i cittadini alla conoscenza ed alla consapevolezza. E questa, forse, è la parte più difficile...

Capire il Potere - di Paolo Barnard

Conoscere. È questa la vera – e forse unica – rivoluzione necessaria nel XXI secolo. Perché abbiamo disimparato a farlo, in quest'epoca del follow the leader incondizionato, a patto che ci lasci il tempo di guardare i reality, di guardare false risse televisive e di fare shopping. Quante volte ce lo sentiamo ripetere, e noi stessi lo diciamo, che dopo una sana sessione di acquisti ci sentiamo più appagati per la semplice eccitazione quasi orgasmica della carta di credito strisciata in questo o quel negozio? Tante, troppe volte ragioniamo così. Ma il vero potere non è il potere della carta di credito, nonostante il Potere vero – ormai da anni – ci stia abituando a ragionare in questi termini. Perché non possiamo esporci in prima persona, in quanto tra un negozio e l'altro ci dimentichiamo sempre di fermarci a riflettere: riflettere che stiamo barattando una borsa ed un paio di scarpe con la possibilità di farci un'opinione, con l'abitudine al dissenso ed a criticare quel che vediamo, sentiamo, leggiamo e studiamo. Perché il Potere vero sta lavorando proprio per questo, per toglierci la possibilità di comprendere e di scegliere, ognuno con la propria testa. Ci stanno togliendo il libero arbitrio insomma. Ci stanno riducendo ad un ammasso indistinto di pecore, che è esattamente il miglior modo che ha il Potere vero - quello delle lobby e dei grandi potentati - di continuare a tenere ben salde le redini dell'ordine mondiale. Because only sheeps need a leader.



Qui le altre parti:
video n°2[http://www.youtube.com/watch?v=hehXFPXA24A]
video n°3[http://www.youtube.com/watch?v=Qjd-w0F7POc]
video n°4[http://www.youtube.com/watch?v=Qb1sV2_D91M]
video n°5[http://www.youtube.com/watch?v=AZlFq6JQI-A]

Ecco come morimmo - di Paolo Barnard

Marionette, ecco quello che oggi siamo diventati. Marionette che vanno a comporre la "Nuova Opinione Pubblica Incazzata", quella che segue il partito bipartisan della denuncia i cui teorizzatori e realizzatori sono i Grillo, i Travaglio, i Di Pietro e via discorrendo. Siamo pronti a scendere in piazza - se personaggi di questo tipo ce lo chiedono - contro questo o quel "Signore delle Marionette", che si chiami Berlusconi o in qualunque altro modo. Ci dicono che scendiamo in piazza contro il "Potere", ma quello non è "il Potere". Il Potere, quello che realmente impone la quotidianità agli uomini sono i grandi gruppi di potere come il WTO, la Commissione Trilaterale, le grandi industrie farmaceutiche, che creano malattie fasulle - come il caso della falsa epidemia suina dovrebbe averci fatto capire - solo per vendere cure la cui unica utilità è quella di rimpinguare le loro casse e far volare i loro titoli in borsa.
Ma noi, ridotti ormai ad acefali appartenenti alla Nuova Democrazia Mondiale Organizzata, quella che si giova per l'elezione di un presidente americano che altri non è che l'ennesimo burattino in mano a questa o quella lobby (basti guardare la lista dei finanziatori della campagna elettorale di Barack Hussein Obama per capirlo), siamo convinti che quello di questi burattini diventati capopopolo sia il vero Potere, perché così ci hanno detto di fare e noi, da automi ubbidienti, così facciamo.

Ma se iniziassimo a spegnere i televisori, a ragionare in maniera critica su questi nuovi Santoni del Dissenso, capiremmo che forse - come spiega magistralmente Paolo Barnard nella serie di video che vi propongo - le cose non stanno esattamente così.


Qui le altre parti:
video n°2: [http://www.youtube.com/watch?v=eF_5KRrweKk]
video n°3: [http://www.youtube.com/watch?v=8lYjCpibQrc]
video n°4: [http://www.youtube.com/watch?v=x9L6pdxLF_4]
video n°5: [http://www.youtube.com/watch?v=piebfmrH_Sk]

Lasciatela, quest'Italia, agli italiani


«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.

Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che

«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»
come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.

Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?

E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.

Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con essa. Quelli ammazzano, mica possiamo rischiare la pelle. Di Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ne nascono solo una manciata a secolo, e i nostri li abbiamo già tutti esauriti in quello scorso.
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.

Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.


***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.


La geopolitica di Enrico Mattei


In questi giorni si fa un gran parlare della figura di Bettino Craxi. Chi lo definisce un ladro, un uomo che è andato contro lo Stato, e chi lo definisce uno "statista". Considerando che io, nella mia pur giovane età ho sentito associare questa parola - "statista"- sia a personalità come Berlinguer che a personaggi come Berlusconi, ammetto che mi diventa sempre più oscuro il significato del termine. Di una cosa va dato atto all'ex leader socialista: di aver saputo dire – e confermare – dei forti “no” alle ingerenze statunitensi, come nel caso della crisi di Sigonella. Personaggio controverso, sicuramente. Ma che, nel bene o nel male, ha segnato parte della storia di questo paese.

Bettino Craxi, però, non è stato il primo personaggio controverso a diventare però l'asse portante di un periodo della storia di questo paese, ed a mettersi contro le ingerenze americane. C'è stato anche un'altro personaggio molto importante - e molto controverso - per la nostra storia, fino agli anni '60, fin quando qualcuno, nei pressi di Bascapé (Pavia) non lo fece saltare in aria. Chi? Per l'uccisione di un uomo che per tutta la vita non fa altro che crearsi nemici non è importante la mano che lo uccide, ma il perché.
Chi è Enrico Mattei.
Enrico Mattei nasce ad Acqualagna (Pesaro) il 29 aprile 1906, primo di cinque figli. Fino a 13 anni frequenta la scuola del paese, senza brillare troppo. Nel 1919, quando il padre brigadiere va in pensione, si trasferiscono a Matelica (Macerata), centro più “vivo” di Acqualagna, dove le industrie iniziano a dar da lavorare a chi aveva sempre campato di agricoltura e pastorizia.
I tipi come lui gli americani li chiamano “self-made man”, perché Enrico inizia a lavorare – a 15 anni – in una fabbrica come verniciatore. 5 anni dopo è già direttore della “Conceria Fiore”, dove aveva iniziato a lavorare quattro anni prima come fattorino.
Tipo sveglio, questo Mattei, che fin da subito capisce come il suo fascino personale può essere usato come “arma”. Tipo sveglio e con la passione per la chimica, passione che potrà coltivare in maniera regolare a partire dal 1928, quando, dopo il fallimento della “Conceria Fiore” per le politiche deflazionistiche del regime fascista ed una breve parentesi lavorativa alla Max Mayer, diventa rappresentante unico per il mercato italiano della tedesca Loewenthal. Da questo momento inizia a nascere il fenomeno Mattei per come lo conosciamo dai libri di storia e che farà coniare agli anglofoni il termine matteism.

Grazie al lavoro alla Loewenthal, infatti, Mattei ha la possibilità di girare il paese, studiandolo e cercando di capire quali siano i reali bisogni della gente.
Nel 1931 Mattei apre la “Industria Chimica Lombarda Grassi e Saponi”, che tre anni dopo, contando sull'appoggio di 20 operai, è già affermata sul mercato, anche grazie ad un'intuizione che permette a Mattei di mettere a punto un innovativo prodotto per zuccherifici, che permette di accantonare tutti quelli importati.
Qui iniziamo a vedere due particolarità del carattere di Mattei: innanzitutto il suo rapporto con gli operai, che per lui – a differenza di quel che succede per molti imprenditori di oggi – hanno la stessa importanza della famiglia, ed il coraggio, indiscusso punto di forza del suo carattere. Ma quando si nasce leader, d'altronde, certe cose nascono in te con i primi vagiti.
Nel 1936, a Vienna, sposa Margherita Paulas, ex ballerina di varietà, che gli rimarrà a fianco fino all'ultimo dei suoi giorni.
In quegli stessi anni, a Milano, si ritrova come vicino di casa il professor Marcello Boldrini – anch'egli di Matelica – che, oltre ad essere docente alla Cattolica, alla Bocconi di Milano ed all'Università di Roma, è anche tra i fondatori della Democrazia Cristiana, nella corrente guidata da Ezio Vanoni e che si rifaceva al c.d. Codice di Camaldoli, un documento programmatico di politica economica che, nella mente dei suoi ideatori, doveva costituire la base per la ricostruzione economica dell'Italia dopo la guerra. La funzione di Boldrini nella vita di Mattei è duplice: oltre ad essergli amico fraterno, infatti, diviene anche colui che è incaricato di colmare le tante lacune nella preparazione culturale di Mattei, che nel frattempo – mentre fa conoscenza di personalità come Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani – si iscrive alle scuole serali, diplomandosi ragioniere. Fa anche in tempo ad iscriversi all'università: Scienze Politiche, dove si avvicina alle teorie di Roosvelt, Perón e Gandhi. Poi arriva la guerra...

Este, Monti, Marconi e Leone sono i nomi di battaglia del partigiano Mattei, che nel 1944 viene indicato – dopo l'omicidio di Galileo Vercesi e dopo la sua “virata” verso il Partito Popolare – come rappresentante per la Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale. Il suo compito – oltre a fare da raccordo tra le forze partigiane – è anche quello di sottrarre le forze progressiste all'area comunista, dirottandole verso l'area democristiana (si vanterà di aver portato il numero di partigiani democristiani dagli iniziali 2.000 agli oltre 65.000 di fine conflitto).

Come ricompensa per il suo ruolo nella Resistenza, a Mattei viene dato l'incarico di liquidare l'Agip, l'Azienda Generale Italiana Petroli, considerata un peso inutile per un'Italia che doveva ricostruire. Nata sotto il fascismo con lo scopo di “cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio”, su 350 pozzi scavati in Italia, Albania, Romania e Ungheria, di petrolio non ne aveva trovata neanche una goccia, per cui a cosa serviva un'azienda statale per cercare il petrolio, se il petrolio non lo trovava?
Sull'Agip però c'è qualcosa di strano: per quale motivo un'azienda statale completamente inutile, costruita per cercare e commerciare il petrolio e che ancora non ne aveva trovata una sola goccia, era nelle mire di molti – troppi? - acquirenti che erano disposti a pagare, per ottenerla, un prezzo troppo elevato per non far scrutare a Mattei che sotto ci fosse qualcosa di strano. L'Agip, inizialmente, era divisa tra Roma – dove sedeva “fisicamente” il C.d.A. - e Milano, dove venne dirottato Mattei, con compiti di piena responsabilità sulla parte “settentrionale” dell'azienda.
All'Agip, Mattei aveva preso il posto di Carlo Zanmatti, destituito in quanto repubblichino, che però fa una rivelazione fondamentale non solo per Mattei, ma anche per le sorti del paese: a Caviaga, in Val Padana, il petrolio c'è. Il petrolio c'è ma non lo sa nessuno, perché il pozzo era stato trovato già nel 1944, ma gli scavi si erano dovuti interrompere per non permettere ai tedeschi di trovarlo (e quindi di appropriarsene). Mattei però non capisce: era andato lì per il petrolio, cosa se ne fa di questo “metano”? Innanzitutto, spiega Zanmatti a Mattei, iniziamo ad incanalarlo in tubi, tubi che poi arriveranno in ogni singola casa, in ogni fabbrica. Insomma: portiamo il riscaldamento agli italiani!

Sotto la vicepresidenza di Mattei l'Agip – riunificata il 17 ottobre 1945 – risorge, e diventa una delle principali aziende strategiche per la ricostruzione dell'Italia.
Da questo momento, però, Mattei inizia a farsi dei nemici: i privati italiani come la Edison, che già sognava di “spacchettare” l'azienda petrolifera di Stato tra Edison, Agip e Metano, quest'ultima partecipata da Ras ed Edison stessa. Insomma: si tentò di creare quell'insieme di scatole cinesi che oggi costituiscono l'organigramma delle principali società nazionali, utili solo per le tasche di questo o quel potentato di turno. Ma con Mattei questo non riuscì, così come non riuscì l'attacco di quello che per Mattei era il “nemico pubblico numero 1”: il cartello delle principali aziende petrolifere mondiali che, dispregiativamente, Mattei chiamava le “7 sorelle”, cioè:

  • Standard Oil of New Jersey, conosciuta oggi come Esso o Exxon in America;
  • Royal Dutch Schell;
  • British Anglo-Persian Oil Company, diventata oggi British Petroleum;
  • Standard Oil of New York, diventata poi Mobil e fusa con la Exxon;
  • Texaco;
  • Standard Oil of California (Socal), divenuta poi Chevron e fusa con la Texaco;
  • Gulf Oil, in buona parte diventata proprietà della Chevron.

Mattei allora chiede aiuto ad Ezio Vanoni, a quell'epoca esponente in ascesa della sinistra democristiana e, tramite lui, al Presidente De Gasperi. In cambio a Mattei viene chiesto un “aiutino” per vincere le prossime elezioni (vinte dalla DC con il 48% contro il 31% del Partito Popolare). Mattei torna ad essere il vicepresidente dell'Agip. Marcello Boldrini ne diventa il presidente. Qui vediamo un'altra delle particolarità del carattere di Mattei, che continua a portargli critiche ancora oggi, a quasi 50 anni dal suo omicidio: il considerare i partiti come dei taxi, sui quali salire, farsi portare dove aveva bisogno, scendere e pagare la corsa. Oggi forse questo modo di fare non sarebbe considerato neanche in maniera negativa – visti i tanti casi di politici che trattano i partiti come le mutande: cambiandone uno al giorno – si parlerebbe semplicemente di “uomo dalle mani libere”. Perché i giochi di potere dietro all'Agip erano forti, molto forti, e Mattei aveva bisogno proprio di questo: avere le mani libere. Perché per portare l'Agip a diventare una delle principali aziende nazionali aveva bisogno di non darle alcun colore politico. Ma anche avere le mani libere ha un suo prezzo da pagare.

Il 19 marzo 1949, intanto, l'Agip aveva finalmente trovato ragione di esistere: era stato finalmente trovato il petrolio! D'accordo, non è molto. Ma quel che c'è facciamocelo bastare, è quel che pensa Mattei. Vengono trovati altri giacimenti a Cornegliano (MI), Pontenure (PC), Bordolano (CR), Correggio (RE) e Ravella.
L'Agip però non deve occuparsi solo di “fare buchi” per trovare l'oro nero, deve anche portare il metano a tutti gli italiani, e per farlo deve posare i tubi che – materialmente – renderanno possibile agli italiani riscaldarsi. Qui Mattei adotta un “metodo”: prima fare, poi discutere. Sarà lui stesso a vantarsi di aver trasgredito ad almeno 8.000 tra leggi, leggine e provvedimenti vari. Come quando i suoi operai poggiavano i tubi di notte, e poi la mattina i sindaci si risvegliavano con le strade spaccate. Mattei però non discuteva solo a parole, c'erano sempre dei vantaggi per chi lo incrociava sulla sua strada: l'acquisto del raccolto se il metanodotto danneggiava i contadini, la ricostruzione della chiesa se veniva danneggiato il parroco, rispolvera il suo passato di partigiano con i sindaci comunisti. Insomma: Mattei ha una risorsa per ogni occasione.

Mattei si è creato già molti nemici, ma è indubbio che stia facendo il bene del Paese, del “suo” Paese. Egli sì, Patriota a pieno titolo. L'Agip – diventata nel 1952 ENI, Ente Nazionale Idrocarburi – non è più quel carrozzone inutile di cui gli uomini di punta del Paese volevano disfarsi subito dopo aver vinto la guerra. L'Eni è diventata una potenza, capace nientemeno di sfidare le “7 Sorelle” ottenendo un posto di riguardo sullo scacchiere geopolitico dell'economia mondiale. E tutto questo grazie a Mattei, un uomo che, grazie al suo fiuto, stava cambiando l'ordine naturale delle cose. Tutto quel che tocca Mattei diventa oro: l'ha fatto con l'Agip, c'è riuscito – di nuovo – con gli stabilimenti Pignone, che da industria pronta per il cimitero si trasforma, nel giro di pochi anni, in azienda leader nel settore della produzione di tecnologie per la ricerca e l'estrazione di risorse dal sottosuolo. È anche un fine esperto di comunicazione, Mattei, le sue campagne pubblicitarie con quegli slogan così incisivi, la riconversione di semplici pompe di benzina in luoghi di servizio al pubblico diventano materia di studio per gli avversari ed i concorrenti.

Già, i concorrenti, gli avversari, i nemici. Mattei se n'è fatti molti – troppi – durante la sua esperienza all'Agip/Eni, a partire da quelle 7 sorelle che gli rendono impossibile reperire il petrolio all'estero, visto che quello italiano inizia a scarseggiare.
Ma l'Eni non può diventare operatore marginale nel grande mercato dell'oro nero, e allora Mattei va a prendersi il petrolio da chi vuol darglielo, anche se questo vuol dire andare contro gli americani. Anzi: soprattutto se questo vuol dire andare contro gli americani.

La geopolitica di Mattei
Quel che Mattei fa con l'Eni in merito all'approvvigionamento petrolifero, è una vera e propria politica estera, giocando in prima persona sullo scacchiere internazionale.

Iraq
Nel 1934 – come ci dice Benito Livigni (tra gli assistenti più stretti di Mattei) – nel 1934 l'Agip era riuscita ad ottenere il più grande giacimento di petrolio nell'area di Kirkun, nella zona settentrionale dell'Iraq (nell'area kurda) grazie all'allora Ministro degli Affari Esteri Dino Grandi, che venne a patti con gli inglesi, a quel tempo protettori e “creatori” dell'Iraq. Churchill, infatti, aveva capito che creare un fazzoletto di terra nel quale far convivere sciiti, sunniti, kurdi e turcomanni avrebbe creato un luogo in eterno conflitto, che – per le potenze coloniali (o per quelle imperialistiche di oggi) – si traduce in maggior controllo e governabilità. La Mosul Oil Field – l'azienda petrolifera britannica nell'area – passo in mano agli italiani, ma solo per poco tempo. Nel 1935, infatti, con l'invasione italiana in Etiopia la M.O.F. viene ripresa dagli inglesi (per una quota pari al 51%) lasciando all'Agip il 39% più la partecipazione sul piano politico ed economico. Ma Mussolini ha paura, e decide di cedere anche la rimanente quota agli inglesi.
Il 14 luglio del 1958 Abd al-Karim Qasim (o Kassem, conosciuto anche come al-Zaʿīm, “il leader” in arabo) depone, con un colpo di stato, Re Faysal II, diventando Primo Ministro dell'Iraq. Mattei – che ha una certa simpatia, da ex partigiano, per gli eserciti di liberazione – vuol creare un partnerariato alla pari (così come farà in tutti i suoi accordi) con Kassem, accordo che doveva però rimanere segreto e che prevedeva la sostituzione della locale Iraq Petroleum Company con l'Eni. Kassem, però, entusiasta di un accordo che non avrebbe portato che vantaggi al suo popolo “spiffera” tutto in televisione, portando altra legna da ardere per il fuoco dei nemici del vicepresidente dell'Eni.

Iran
Dopo l'iniziale impedimento negli accordi tra l'Eni e lo Scià per le interferenze delle grandi potenze, che vedono in Mattei ancora un “petroliere senza petrolio”, nel 1957 riesce a strappare un importantissimo contratto a Reza Pahlavi, concedendo il 75% dei profitti e – in maniera “extracontrattuale” - proponendo agli iraniani (così come diverrà sua abitudine) di diventare partner in aziende in cui solo Mattei sopporterà i rischi. Oltre a ciò crea borse di studio, dà la possibilità ai tecnici iraniani di venire a studiare le tecniche dai tecnici italiani e, soprattutto, appoggio politico per la “resurrezione” di questi paesi, nei quali vede quel che lui, Boldrini, La Pira, Fanfani e tanti altri avevano tolto dalle mani dei fascisti per restituirlo al popolo italiano. L'8 settembre 1957 in Iran nasce la Sirip (Società Irano-Italienne des Pétroles), che andava a rendere effettivo il partnerariato tra l'Eni e la Nioc (Nationa Iraniana Oil Company).

Mattei, a differenza di quel che si può pensare in un'epoca in cui si ragiona per etichette e stereotipi, non era “anti-americano”, tant'è vero che più fonti parlano di una corrispondenza assidua tra lui e John Fitzgerald Kennedy, che vedeva in Mattei l'uomo a cui affidare – dopo la crisi di Suez – la stabilizzazione del governo italiano per far ottenere all'Italia quel ruolo di potenza strategica nell'area mediterranea che Mattei aveva sempre perseguito. Mattei era semplicemente a favore di chi si batteva contro i potentati, che si trattasse delle “7 sorelle” americane o di qualche despota nei paesi arabi.

Il Giorno
Tutto il potere che oggi definiremmo mediatico di Mattei ruota intorno a Il Giorno, il giornale che lui stesso ha fondato e che, oltre ad informare gli italiani su quel che fa l'Eni, ha anche il compito di avvicinare il nostro paese ai partner dell'Eni (non solo Iraq e Iran, ma anche Libia, Giordania, Algeria) nel tentativo di creare una politica nell'area mediterranea alla pari - come gli accordi che faceva con questi paesi venivano definiti – al cui confronto la politica attuata dai governi di questi anni non è neanche paragonabile.

Al momento della sua morte, nel 1962, la rete di distribuzione dell'Eni si snoda in Africa (dalla Costa d'Avorio all'Etiopia, dal Marocco al Senegal passando per Ghana, Somalia, Tunisia e Sudan), Asia (i già citati Iraq e Iran più Libano, Giordania, India, Pakistan) passando per l'America Latina (Argentina) fino ad arrivare in Unione Sovietica e – in questo caso per affari non legati al petrolio – in Cina.

Il fronte interno
Se in politica estera Mattei sembra essere inarrestabile, le bordate più pesanti gli arrivano in casa, grazie anche alle influenze esercitate dalle 7 sorelle ed al suo non proprio “legalissimo” comportamento imprenditoriale (fondi neri con cui finanziare la protezione partitica dell'Eni su tutti).
Mattei è un personaggio controverso, abbiamo detto. Un personaggio che però, con quell'azienda inutile affidatagli solo per (s)venderla al miglior offerente nel 1962 dà lavoro a 55.700 persone, investe 209 miliardi di lire fatturandone 357, possiede 15 petroliere guadagnando 6 miliardi “ufficiali” (“ufficiosi” probabilmente più di 50).
Un solo uomo era riuscito a fare, da solo, tutto questo? Un solo uomo era riuscito – cosa ancor peggiore – a tener testa alle grandi compagnie petrolifere americane? Troppo potere, troppi nemici.

L'omicidio Mattei.
Il 25 ottobre 1962 il Financial Times pubblica un articolo quanto mai profetico dal titolo “Will signor Mattei have to go?” (“deve andarsene il signor Mattei?”). Non si sa se sia stata solo un'intuizione del giornalista o una soffiata “di avvertimento”, sta di fatto che alle ore 18.55 del 27 ottobre – cioè a due giorni dall'uscita di quell'articolo – l'aereo su cui viaggiava Mattei esplode in volo sui celi di Bascapé. Troppo anche per una fortuita coincidenza, in particolare se a bordo viene trovato dell'esplosivo.

Tre mesi prima dell'esplosione, in un documento dichiarato top secret dal Ministero dell'Energia britannico scrivono al Foreign Office: «L'Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale [...] La minaccia dell'Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell'infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali». Mattei però non era un corrotto “a livello personale”, come scrive in una nota Ashley Clarke, nel 1957 ambasciatore britannico a Roma: «A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana [...] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all'Italia».

C'è poi un'altra nota, strana, di un non meglio identificato Mr. Searight, che forse può rispondere, almeno in parte, a quella domanda iniziale, cioè al “perché” Mattei sia stato ucciso: «Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell'industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: “ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso un'apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l'Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali”». Non ci sono motivi – come la stessa nota sostiene – di dubitare della veridicità di un'affermazione simile da parte di Mattei.

Le 7 sorelle, l'Oas Francese (Organisation Armée Secrète francese, usata in funzione anti-rivoluzionaria in Algeria), Cosa Nostra (il pentito Gaetano Iannì, il 27 luglio 1993, parlò di una richiesta della mafia americana a quella siciliana per eliminare Mattei, così come – forse – aveva scoperto il giornalista dell'”Ora” Mauro De Mauro, che – forse - per questo fu assassinato). Chi sia stato materialmente, forse, non è neanche così importante, l'importante è capire il perché. Ed il perché è che Enrico Mattei era un patriota, uno di quelli che nel suo paese ci crede davvero, al punto di sovvertire l'ordine geopolitico prestabilito pur di dimostrarlo.


Approfondimenti:
Benito Livigni (assistente personale di Mattei) parla al V° Congresso di Senza Bavaglio:

Al grande negozio globale

Dicono che le ideologie siano morte. Può darsi. In un mondo in cui tutto, dalle produzioni industriali alle idee alle persone è stato trasformato in merce, probabilmente non si può più parlare di ideologie nel senso in cui si intendeva questo termine al tempo dei blocchi d'influenza. E forse a quel tempo aveva anche un senso la libera espressione del voto alle urne, perché si credeva che con quel gesto, per quanto piccolo, si potesse in qualche modo cambiare il mondo ed il corso degli eventi. Oggi, come testimonia questo documentario, non è più così: oggi se non siedi in un consiglio di amministrazione, se non dirigi alcuna multinazionale, alcuna banca o non hai potere di veto in organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o l'Organizzazione Mondiale per il Commercio non hai quel tipo di potere. Oggi però continuano a contrapporsi due "ideologie": quella neoliberista, che ha portato al fallimento di un paese come l'Argentina (le cui similitudini con la situazione italiana si palesano sempre più, anche se molti non vogliono vederle...) od alla recente crisi economica, basata sul Washington Consensus da un lato, e l'ideologia anti-liberista, quella dei Chavez, degli Evo Morales dall'altra. Oggi non è più con il voto elettorale che si esprime il dissenso, perché quando tutti gli uomini politici sono in mano ai grandi centri di potere e alle lobby non perseguono l'interesse del popolo, ma quello del c.d.a. Oggi, nel tempo della commercializzazione di ogni aspetto della vita umana, si può però esprimere il dissenso in altro modo. Perché non è necessario prendere il potere per cambiare il mondo...

Voces contra la globalización (Otro mundo es posible) from SOLUCIONES CIUDADANAS on Vimeo.

Lega la tolleranza!


«Fuori i baluba dall'Italia», «l'Italia agli italiani», «non siamo razzisti, ma negher e meridionali puzzano, sporcano e non lavorano».
Per chi non l'avesse capito, è partita la campagna elettorale della Lega Nord. Naturalmente non poteva che partire da lì, da quella Rosarno che, ancora oggi, è in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Ieri un'interessante intervista de La Stampa al Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli mi ha dato alcuni punti su cui riflettere. Vediamone i passi interessanti: [cliccate qui per la versione integrale: http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=10-01-2010&pdfIndex=22]

1) Ma il nemico dello Stato a Rosarno non è piuttosto la 'ndrangheta?
«Questo è un aspetto peculiare della vicenda. Ma porsi la questione è come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina: è evidente che la criminalità organizzata può sfruttare la condizione dei clandestini. Anche per questo noi stiamo facendo di tutto per cancellare la condizione di clandestinità nel nostro Paese».

2) E allora perché voi della Lega non permettete, come si è fatto per colf e badanti, che vengano regolarizzati i lavoratori stagionali? Le imprese ne hanno bisogno, perché lasciarli alla mercè della 'ndrangheta oltre che dello sfruttamento?
«Contesto che vi siano imprese che debbano vivere sul lavoro clandestino. Lo contesto assolutamente: chi vive sul lavoro nero e sullo sfruttamento non può neanche chiamare impresa la propria attività. Regolarizzare? Ma stiamo scherzando? Con la situazione che c'è, bisogna essere rigorosi, altro che regolarizzazioni. Nel Sud d'Italia la disoccupazione è al 18 per cento, il lavoro deve andare agli italiani che vogliono e possono farlo, non agli immigrati clandestini».

3) Si tratta di lavori che gli italiani non vogliono più svolgere da decenni, ministro. Così è come se lei dicesse: andassero a lavorare i meridionali, al posto dei clandestini...
«Non è assolutamente quello che sto dicendo. Anzitutto, quello del lavoro stagionale è un trucco: gli immigrati vengono per la raccolta dei pomodori o delle arance e poi, invece di andarsene, restano. La stagionalità è un aggiramento delle leggi. La verità è che si ricorre ai clandestini perché quel lavoro, se fosse regolare, costerebbe troppo. E invece il lavoro o è regolare, o non è. Non deve essere sottopagato: li pagassero di più, quei lavoratori, e così lavoreranno anche gli italiani. Se è questo il problema, lo affronteremo: con paghe più eque noi daremo una mano riducendo il costo fiscale e contributivo del lavoro».

4) Ma se lei riconosce la necessità dell'integrazione, perché si oppone al disegno di legge propugnato da Fini sui diritti di cittadinanza agli immigrati?
«Perché non ce n'è bisogno. Gli immigrati regolari i diritti li hanno già garantiti dalla Costituzione, il diritto al voto a che serve? Così, si rischierebbero ancora più reazioni da parte dei clandestini. Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale».

E ora passiamo all'analisi del pensiero calderoliano:

La 'Ndrangheta – così come la criminalità organizzata – non è un “fenomeno peculiare della vicenda”. Credo sia evidente a tutti, anche all'ultimo degli elettori leghisti, che non esistono più le basi per relegare il fenomeno criminale solo al Sud, basterebbe indagare sul giro di denaro intorno all'Expo 2015 che, se memoria non mi inganna, non è stato designato a Palermo, Napoli o a Reggio Calabria ma nella padanissima Milano. Le sole 'ndrine, con il loro fatturato annuo di 45 miliardi di euro (cifra denunciata da Maroni...) rappresentano quasi 3 punti del Prodotto Interno Lordo. Se non siamo al livello dei fatturati delle più grandi aziende nazionali poco ci manca. È evidente – ci dice il ministro – che la criminalità organizzata ha le mani sul mercato del lavoro irregolare, e per questo loro stanno provvedendo a cancellare la condizione di clandestinità in Italia. Qui serve un ragionamento un po' più ampio: prescindendo dal fatto che per loro cancellare la condizione equivale evidentemente alla soppressione fisica dei clandestini, mi chiedo per quale motivo – trattandosi di mercato del lavoro – non si vada a colpire il lato della domanda. Se in un mercato si va a colpire questo lato (in cui si trovano le imprese) l'offerta (in questo caso di lavoro clandestino) non trova sbocchi, per cui quel mercato in qualche modo è portato al fallimento. Si può ottenere lo stesso risultato, il “blocco” del mercato, anche chiudendo i rubinetti dell'offerta, ma questo – in particolare in un mercato come quello del lavoro – è molto più difficile, perché per una forza lavoro – e quindi un'offerta - viene eliminata (come sta avvenendo a Rosarno con i lavoratori africani) ce ne sarà sempre una pronta a sostituirla, tant'è vero che si parla già del fatto che a prendere il posto dei raccoglitori di arance africani saranno bulgari, ucraini, albanesi e gli altri cittadini dell'est. Ciò ha due vantaggi per il padrone: molti dei paesi dell'est Europa sono diventati comunitari, quindi in un controllo delle forze dell'ordine un padrone può essere accusato di sfruttamento di lavoro illegale, ma non di sfruttamento di immigrazione clandestina. Secondo vantaggio è quello che questi cittadini hanno la pelle del colore accettato, per cui non si corre il rischio di ritrovarsi con un buon numero di lavoratori non in grado di lavorare.
Mi chiedo perché non si vada a colpire quel mercato di cui brillantemente ci ha spesso parlato Fabrizio Gatti sulle pagine de L'Espresso o in un libro meraviglioso come Bilal, e cioè quel mercato tenuto in piedi dal caporalato, uno dei principali problemi di questo paese. Ma essendo un problema che non colpisce imprenditori, banche, industriali o gruppi di potere viene prontamente evitato dalla classe politica. C'hanno famiglia pure loro d'altronde, e poi i caporali possono essere sempre utili come “procacciatori” di voti in campagna elettorale no?

2) Alla lettura di questa risposta, probabilmente, al Ministro Brunetta è preso un colpo, visto che fu lui, non molto tempo fa, nella sua teoria economica tutta particolare, a definire il lavoro nero come un ammortizzatore sociale. Ma qui quel che mi fa riflettere è la fine della risposta. Così come successivamente chiede la giornalista, siamo sicuri che gli italiani questi lavori “degradanti” li vogliano fare? In una società in cui ogni giorno ci viene ricordato che l'identità sociale si basa sul grado di visibilità che riesci a ritagliarti – indipendentemente che tu riesca a farlo perché esperto di questo o quello o perché fai il burattino in una casa-zoo seguito dalle telecamere 24 ore su 24 – siamo sicuri che la pura razza italiana riuscirebbe a trovare nuovamente quell'umiltà che aveva in tempi passati e rinunciare al famoso quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Warhol? A noi, oggi, piace troppo far parte della classe sociale dei colletti bianchi, per questo lasciamo volentieri lavori di questo tipo, lavori in cui ci si sporca e si fatica, a questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro. Non sono loro che ce lo rubano, siamo noi che glielo regaliamo! Perché noi siamo la pura razza italiana, e certe cose non ci possiamo abbassare a farle.

3) Qui sarebbe facile ribadire al Ministro della Semplificazione che se esiste un mercato del lavoro irregolare, probabilmente, è proprio perché i padroni hanno calcolato che lavorare in un mercato regolare gli costerebbe troppo, e per questo si sono buttati sul mercato nero. Ma giustamente, essendo il nostro il Paese delle cose che girano al contrario, non si va a colpire il padrone che sfrutta gli operai – e qui allargo il discorso a tutto il territorio nazionale – o che, per i tagli alla sicurezza sul cantiere, fa sì che 5 persone al giorno non tornino più a casa dal loro posto di lavoro. Non si va a fare una legge, o comunque a disincentivare quella moda che vuole che gli operai muoiano quasi tutti il primo giorno di lavoro. Inesperienza? In alcuni casi può essere, ma il motivo per cui si registra questo dato è che molti di questi operai vengono regolarizzati post-mortem, perché se li si regolarizza subito poi si guadagna di meno, e non si può più andare a fare la settimana bianca, o fare il viaggio ai tropici. Perché è questo il vero mercato del lavoro: chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio. Ma chi vola alle Bahamas, solitamente, ha anche il diritto al voto.
4) È strano sentir parlare di tutela degli immigrati nella Costituzione da chi, fino a non molto tempo fa, con quella carta ci si puliva il parlamentarissimo deretano. Ma, incuriosito, sono andato a rileggermela la carta costituzionale, per cui vediamo quali potrebbero essere gli articoli di cui parla il prode ministro: forse l'art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», ma guardando a quel che ha fatto questo governo in merito al tale garanzia – creazione del reato di immigrazione clandestina in primis – non vorrei che qualcuno credesse che quel “La Repubblica” si riferisca non al Paese ma al giornale fondato da Eugenio Scalfari. Se così non fosse, però, questo articolo non dovremmo considerarlo. Magari il primo comma dell'art.8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». No, direi che neanche questo va bene, perché altrimenti non mi spiego come si sia potuta avere quella mezza guerra civile quando – sempre nella padanissima Milano – i musulmani hanno chiesto, in base proprio a questo articolo, la creazione di una moschea. Per gettare un po' di pepe nella faccenda – come direbbe Santoro – mi viene quasi da chiedere perché, in mancanza di un luogo di culto appropriato, ai non cattolici non viene prestata una Chiesa della “civilissima” religione cattolica. Eppure da quel che so io (ateo) secondo i cristiani siamo tutti fratelli. A meno che non si voglia applicare la regola cara a George Orwell ne “La fattoria degli animali”: tutti siamo fratelli, ma alcuni sono più fratelli degli altri. Ma procediamo, che la Costituzione è ancora lunga...

Che sia l'art.13 quello che tutela gli immigrati? «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». Considerando che vengono creati reati ad hoc pur di rinchiudere gli immigrati nei lager del XXI secolo (leggasi: Centri di Identificazione ed Espulsione) neanche questo si può elencare tra i “pro-immigrati”. Escludendo dal titolo I tutti quelli in cui è espressamente citato il termine “cittadini” - visto che gli immigrati ancora non lo sono – e scartando il n°19 per gli stessi motivi dell'art. 8, direi che gli articoli a cui si riferisce Calderoli non si trovano tra i “rapporti civili”, ma la Costituzione è ancora lunga, per cui procediamo.
Un articolo interessante potrebbe essere il 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Individuo, non cittadino. Considerando però che il partito di cui fa parte Calderoli è lo stesso che qualche mese fa voleva che i medici facessero le spie e denunciassero i clandestini – in barba per altro al giuramento di Ippocrate – e che per questo, da quel momento, molti clandestini hanno paura di presentarsi in ospedale ho la sensazione che anche questo articolo sia da scartare.
Ecco, forse ci siamo: ar. 34: «La scuola è aperta a tutti». Il Ministro Gelmini è uscita appena l'altro giorno con quell'idea del blocco del 30% di alunni stranieri per classe, che prevederà una sorta di nomadismo dei bambini in eccesso, il cui trattamento, dal momento dell'entrata in vigore della norma, sarà equiparato a quello dei pacchi postali. Considerando poi che i governi – e in questo non solo quello vigente – da anni hanno abrogato la scuola, per lo meno nell'accezione di Don Milani, cioè in quell'accezione che voleva la scuola come fucina del pensiero critico e non come fabbrica di polli d'allevamento per i quali esercitare il proprio diritto al dissenso diventa un qualcosa che nuoce gravemente alla salute direi che no, ancora non ci siamo.
Nella prima parte della Costituzione, però, io altri articoli che potrebbero perorare l'asserzione del ministro non ne trovo, perché o sono generali – intesi cioè per tutta la comunità – oppure parlano espressamente di cittadini. Evito direttamente di guardare alla seconda parte. Aspetto che agli immigrati vengano concessi i diritti minimi, prima di chiedermi se siano soggetti a quelli politico-istituzionali. Veniamo così all'ultima frase: «Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale.».
Tutti sappiamo che un buon comico, alla fine del proprio sketch, deve chiudere con una battuta “ad effetto”, altrimenti rischia di non avere quell'effetto dirompente che ogni buon comico si auspica di avere. Perché questo discorso della lingua e del rispetto dei codici è una battuta giusto?
Voglio dire: a più di 150 dalla sua fondazione molti italiani non parlano la propria lingua, o per lo meno non la conoscono come dovrebbero: abolizione dell congiuntivo; forte uso di espressioni idiomatiche o dialettali che se da un lato “folklorizzano” e rendono più popolana la lingua, abbassano il livello di conoscenza della stessa portando al fenomeno dell'analfabetismo di ritorno e il ministro viene a chiedere l'esame di italiano per gli altri? Io proporrei di farlo prima agli italiani, in particolare a quelli che vogliono aspirare a cariche istituzionali. Per quanto riguarda l'ottemperanza degli immigrati al codice civile ed a quello penale, credo non ci sia necessità di ricordare che chi ha messo al ministero Calderoli è il massimo esperto di legislazione ad personam – non credo presente nei tomi dei codici tirati in ballo – degli ultimi 150 anni no? Ed anche in questo caso, nel paese dell'evasione fiscale, della corruzione, delle bustarelle, che a rispettare le leggi siano solo gli immigrati, a me, francamente, sembra un dettaglio irrilevante.